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Quarantena – passatempi

Parole crociate, libri, musica, blog, sport e tv trash. La quarantena passa così.

Non mi dilungo sulla preoccupazione, c’è già abbastanza angoscia, non serve che aggiunga anche la mia. Uso poco anche Facebook per questo motivo e ho addirittura smesso di seguire Enrico Mentana che, per necessità di click, continua a condividere articoli spaventosi (per forma e contenuti) di quello che doveva essere il giornale dei giovani a conferma del fatto che giovane non è sempre sinonimo di qualità.

La Settimana Enigmistica dovrebbe darmi una medaglia per il rispetto che ho nei confronti di ogni numero. Non butto niente finché non finisco tutti giochi.

Per lo sport cerco di non lasciarmi impigrire troppo. Nell’ultimo post avevo scritto che col bel tempo mi piace andare fuori e fare le scale di casa mia a passo svelto: ecco, è tornato il freddo polare a togliermi questo piacere. Ma arrivano in soccorso i tutorial di YouTube, perfetti anche per gli imbranati come me.

La Tv trash è stata proprio una salvezza e mi sono persino incantata alle dirette del Grande Fratello, pur di sfuggire ad aggiornamenti continui. Ho addirittura i miei concorrenti preferiti e da quando ho scoperto che dal sito del programma si vota gratis, mando pure i voti per salvarli. Su Twitter fortunatamente i pazzi che si sono rifugiati in questo programma sono molti, è divertente vedere i commenti di tutti, in assenza della gialappa’s band.

Non mi sono ancora lanciata a fare strani esperimenti in cucina perché quando penso a me all’opera continuo a immaginare incantesimi in stile Mago Merlino quando nel film “La spada nella roccia” dice ai piatti cosa devono fare e loro si lavano da soli, in modo che Arthur non debba starci dietro per delle ore. Quindi leggere una ricetta e vedere che gli ingredienti non si sono nemmeno degnati di palesarsi da soli mi lascia un senso di ingratitudine. Che mancanza di rispetto nei miei confronti!

Sui social invece schivo anche i commenti di chi, non sapendone una mazza esattamente come me, si lancia in previsioni apocalittiche.

“Ma guarda che a dicembre saremo ancora così”

“Ma guarda che al mare non andrai”

“Ma guarda che mai nulla sarà più come prima”

“Scordati tutte le cose che dovevi fare”

ADESSO TI DO UNA TESTATA CHE ROBERTO SPADA LEVATI!

C’è già troppa angoscia, stop, shut, silence! Non c’è bisogno di rovesciarne dell’altra, soprattutto su chi già fa fatica per non mettersi a piangere ventiquattro ore su ventiquattro.

Non ho neanche la consolazione della riscoperta delle piccole cose perché, pensa un po’, le apprezzavo da prima. Ma tra le piccole cose che apprezzavo c’era anche quella di fare quasi tutti i giorni una camminata, magari nel lungomare. E invece niente.

Ma per fortuna ne apprezzo tante altre, quindi ho ancora ampi (spero) limiti di sopportazione.

Per quanto riguarda la musica, mi ci tuffo proprio. Oggi mi è capitato di riascoltare una canzoncina leggera leggera che mi piace tanto e che parla appunto di apprezzare le piccole cose. La metto qui per il flash mob di oggi. È cantata da Carl Brave ed Elisa. C’è una frase che mi fa sorridere tantissimo:

“Andiamo al sushi e tu ti mangi gli edamame
Io che so’ andato pe’ una vita a amatriciane”

 

Quarantena – Abbracci

Non mi sarei mai aspettata di dover sentire parole come “quarantena” e “pandemia” al di fuori di un libro di storia o di un documentario del professor Barbero. Non sto facendo il conto dei vari giorni di reclusione. So che negli ultimi dieci giorni sono uscita una volta per andare in farmacia ed ero quasi agitata all’idea. Mi sono persino truccata per fare finta di uscire per davvero. Tra tragitto e acquisto il tutto è durato dieci minuti. Avevo immaginato di tornare di buonumore per quella boccata d’aria, ma invece è stato l’opposto. Le strade erano deserte, ho incontrato due persone in fila in farmacia, ho aspettato il mio turno fuori, in strada. I clienti e il personale avevano tutti la mascherina.

Sono tornata a casa resistendo alla tentazione di fare il giro più lungo. Varcata la soglia non mi sono né cambiata né struccata. Sono rimasta così, appunto, come ho detto prima, per far finta di essere uscita davvero. Ma il buonumore che auspicavo, quello non l’ho proprio visto.

Non ho fatto il flash mob delle 18 ma sono andata nel mio balcone ad ascoltare una canzone. E ho scelto “Fai rumore” di Diodato. Visto che non ho impianti ma solo le casse del PC dubito che qualcuno oltre a me abbia sentito.

Non sono una sportiva ma ho sempre camminato tanto, lunghe camminate a passo veloce, quello mi piace tanto e mi manca. Per sostituirle uso le scale di casa, ho quattro rampe, salgo e scendo una decina di volte, consapevole di sembrare una pazza. Quando c’è il sole è bello.

Oggi pensavo a una canzone che in realtà mi è venuta in mente quando Conte ha detto la sua ormai celeberrima frase “Torneremo ad abbracciarci più forte”. Trovo che sia una frase bellissima e confortante, anche se mi fa sorridere perché penso a tutte le persone e credo siano la maggior parte che non è che siano proprio pronte a dispensare abbracci a destra e a manca.

Quindi mi raccomando, quando alla fine di tutto questo periodo vi ricorderete di quella frase ricordate anche che il presidente Conte sottintende che la persona da abbracciare sia consenziente, che qua è pieno di furbetti e non si può mai sapere.

Il flash mob lo faccio da qui. La canzone che scelgo oggi è questa.

“C’è un tempo per astenersi dagli abbracci.”

 

La giornata della memoria

Per una volta mi trovo a pensare alla giornata della memoria con un pizzico di buonumore.

“E’ solo un gesto simbolico”, si dice a volte. Ma quanta forza può avere un gesto simbolico? Io credo davvero che ognuno di noi, anche con un piccolo gesto, possa fare una piccola grande rivoluzione. C’era una bambina a cui è stata tolta una parte di vita per rinchiuderla in un campo di concentramento per mano di uno Stato assente, indifferente e disposto a piegarsi all’orrore delle leggi razziali. Una bambina tra tante bambine, tra tanti bambini, tra tante donne e tra tanti uomini.

Sapere che quella bambina che tanti anni fa è stata rifiutata dal suo Paese di nascita e oggi smuove tutti i paesi di una nazione intera che, per abbracciarla idealmente, le offrono la cittadinanza onoraria, aggiunge un briciolo di bellezza alla giornata di oggi che è per definizione carica di dolore, sofferenza e rabbia.

Quelle città e quei paesi che in passato si sono chiusi, oggi si riaprono.

Ogni gesto ha un suo valore, in ogni momento decidiamo da quale parte stare.

Perciò, anche se solo simbolicamente, anche se solo idealmente, è davvero bello poter dire: benvenuta a Villaputzu, nuova cittadina Liliana Segre!!

P.S. L’illustrazione è dell’artista Mauro Biani

Quattro anni senza Giulio

“Io voglio fare qualcosa che serva,
Fammi fare solo una cosa che serva
Dir la verità è un atto d’amore”.

Cantano così gli Afterhours in “Il Paese è reale”, una canzone bellissima, un volersi interrogare.

“Adesso fa’ qualcosa che serva, che è anche per te se il tuo Paese è una merda”.

Mi hanno sempre colpito le rivoluzioni quotidiane di ognuno di noi, dove anche un gesto apparentemente piccolo può fare la differenza, può essere un esempio, può essere una fonte d’ispirazione.

In una città bellissima e molto frequentata come Bologna, nella finestrella che si affaccia sul Canale delle Moline, un cittadino ha appeso un lenzuolo con la scritta “Verità è giustizia per Giulio Regeni”.

Tutti si affacciano alla finestrella, tutti vedono il nome di Giulio.

Quattro anni fa Giulio Regeni veniva rapito al Cairo. La richiesta di verità e giustizia riguarda ognuno di noi. Nel nostro quotidiano anche noi possiamo fare qualcosa per tenere alta l’attenzione. In qualsiasi posto ci troviamo, in qualsiasi momento.

I tempi dello Stato purtroppo non sono confortanti. Sono passati quattro anni dal rapimento e il 3 febbraio saranno passati quattro anni dal ritrovamento del corpo. Torturato e martoriato.

Una sofferenza indescrivibile che ci riguarda tutti.

Chiediamo sempre verità e giustizia per Giulio Regeni.

Il trentuno

Io non faccio mai bilanci di fine anno, né lista di buoni propositi. E di sicuro non pubblicamente, non qui.

Primo perché chissenefrega, in sostanza.

Secondo perché anche stanotte sarà solo un “dall’oggi al domani”, non possiamo mettere il peso di 365 giorni in un giorno solo.

Terzo perché le parole, se non vengono scelte con attenzione e se non vengono esibite nel posto e nel momento giusto, a volte sembrano sminuire anche le cose importanti, quando invece è bene che quel valore che diamo rimanga solo per noi e, al massimo, se ce la sentiamo, che arrivino alle persone che sentiamo molto vicine.

Quello che so è che quest’anno mi ha lasciato un senso di angoscia presente in qualunque cosa io faccia, fosse anche la più bella. Questa sì, la scrivo per sminuirla, per annientarla o almeno per provarci. Vorrei che rimanesse qui, nel 2019, e che non seguisse né me, né nessuna delle persone a cui tengo.

So che quando ho vissuto dei momenti belli non ero mai da sola e che quando erano momenti brutti c’erano comunque delle persone a sorreggere il peso. Vicine e lontane.

Abbiate cura di voi.

Buon anno.

Una canzone bellissima per un compleanno bellissimo

La canzone bellissima è Loud Like Love.

Il compleanno bellissimo è quello di Brian Molko, il cantante dei Placebo, dei miei Placebo.

Perché proprio questa canzone? Non c’è un vero motivo. Ogni dieci dicembre celebro la giornata con tante canzoni dei Placebo… ed è tutto il giorno che la canticchio.

Perciò eccola qui.

Un po’ di tempo fa sui social avevo trovato una vignetta. Si intitolava “Il potere della musica”. Si vedeva una persona triste, seduta nel pavimento, appoggiata a una parete. E con accanto un lettore mp3. E nel momento in cui indossava gli auricolari, la parete e il pavimento sparivano, per lasciare spazio a un universo di emozioni. Ma erano tutte le preoccupazioni a sparire. Io penso sia proprio così. E per quanto semplice, quella vignetta, mi commuove sempre.

E in fondo è anche per questo che celebro sempre il compleanno di Brian, perché i Placebo hanno sempre dato forza a quello che è il mio mondo, mettendolo al sicuro all’interno di una colonna sonora blindata. Non mi è mai interessato che piacessero a tutti, non mi è mai interessato far parte di qualche fan club per fare a gara a chi ne sapeva di più.

Era la mia musica. E’ la mia musica, è la colonna sonora del mio mondo.

Buon compleanno Brian.

Grazie Placebo!

Novantaquattro in meno

E’ la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e non so nemmeno che cosa dire.

Stop alla violenza, non una di meno. Certo.

Eppure mi sembra che siamo sempre le stesse e gli stessi a ripetercelo di continuo.

E poi? Si inorridisce, ma non troppo.

Ci si scandalizza, ma non troppo.

E si condanna, ma non troppo.

“Sì, lui l’ha uccisa perché era incinta, voleva portare a termine la gravidanza ma era la sua amante e la moglie avrebbe scoperto tutto. Lui ha sbagliato PERÒ lei lo sapeva che era sposato”

Ecco, quel “però” buttato lì, pesante come un macigno, sembra voler annullare tutti gli sforzi del mondo. Perché tu puoi anche parlare, mostrare i dati delle donne uccise nell’arco di un anno nel tuo Paese ma ci saranno sempre troppe persone che non saranno disposte ad ascoltare.

Quel commento che ho trascritto l’ho visto proprio ieri, per commentare l’ennesimo femminicidio, quello di Ana Maria Lacramioara Di Piazza, la ragazza di 30 anni uccisa a Palermo dall’uomo con cui aveva una relazione. E non ho ancora seguito un telegiornale, chissà se Ana Maria è già la penultima vittima di femminicidio.

Perché un divorzio sarebbe stato ingestibile per lui e per certi versi anche una vergogna, ma un omicidio no, quello no, quello avrebbe risolto tutto.

Ci ha almeno risparmiato la vergognosa difesa di un pilota italiano di qualche anno fa. Caso analogo, lui sposato, relazione clandestina con la segretaria, che poi rimane incinta. La uccide, tenta di far sparire il corpo, viene beccato. Ultimo tentativo di difesa: “sì, avevamo una relazione, ma non so se il figlio era mio”. La relazione clandestina considerata più grave dell’omicidio. Tanto lei era morta, non poteva più parlare. E allora facciamola passare anche per una poco di buono, perché la scelta è proprio questa. Fare un’affermazione come quella significa proprio tentare di screditare la vittima, perché la nostra antichissima mentalità vede ancora un “playboy” nell’uomo conquistatore e una poco di buono nella donna conquistatrice.

Se sei l’amante, tu ti sei messa in mezzo. Se ti uccidono anche tu avrai le tue colpe.

Non se ne esce.

Me la prendo spesso anche con il linguaggio utilizzato dai media. Per i ragazzi italiani a Londra che hanno violentato una ragazza si parla ancora di “bravi ragazzi, di buona famiglia, a Londra per un master”. Di buona famiglia.

Perché “pieni di soldi” non suonava bene. Di buona famiglia significa solo questo. Pieni di soldi.

E il caso di Elisa Pomarelli? La ragazza uccisa da “un suo amico”, che non “accettava” il rifiuto? Forse il caso trattato dai media nel modo peggiore. Di Elisa per settimane non si è detto che era omosessuale, dell’uomo che l’ha uccisa che era solo “innamorato”. Si parlava continuamente di “Fidanzati scomparsi”. Una volta che l’assassino ha confessato, un giornale (Il Giornale) ha addirittura intitolato “Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”, come se lui fosse la vittima. E non la ragazza uccisa, abbandonata per settimane in un burrone.

Più filoni di bruttezza per una sola storia. Diverse parole, negli immancabili articoli strappalacrime post mortem, in cui persino la sessualità di Elisa veniva liquidata e spacciata per “indecisione” in modo che, l’assassino, almeno dal punto di vista mediatico, potesse giocarsi la carta dell’uomo impazzito per l’ambiguità della ragazza. Ovviamente un piano riuscito. Troppi commenti “Ma allora perché ci usciva?”.

Casi terribili di stupri di gruppo dove la vittima che denuncia è poi costretta ad andarsene dal suo paese e dalla sua casa perché ritenuta colpevole di aver rovinato la vita a dei bravi ragazzi. Perché lo stupro è ancora questo. Non siamo mai davvero usciti dalla mentalità del matrimonio riparatore, da quelle stupide leggi che ritenevano lo stupro un reato non contro la persona, ma contro la morale. E come sempre, più grave per la donna perché “l’uomo si sa, è fatto così.”

Una mentalità gravissima anche per gli uomini, tacciati di essere poco virili quando decidono di denunciare una molestia da loro subita. Perché in giornate come queste è anche tutto un “e allora la violenza sugli uomini???” ma quando un uomo subisce una molestia e la denuncia, parte la presa in giro.

Colpevole di non averne approfittato.

Sono così amareggiata dalla continua abitudine di minimizzare che provo solo un immenso fastidio.

Fastidio anche per quella parte che dovrebbe essere più “goliardica”, diciamo così. Tutti quei “Sì, siete carine, ma il polpettone lo sapete cucinare?”. Non so, siamo forse a un colloquio di lavoro per cuoca e tu sei per caso Carlo Cracco in cerca di personale? Non mi pare.

Una cosa che dovrebbe (?) strappare una risata (?) ma che mi lascia sempre abbastanza basita.

Lo slogan di questa giornata è sempre Non una di meno ma l’anno non è ancora finito e in meno, solo in Italia, ce ne sono già 94.

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