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Stupro.

Se seguite la pagina satirica Kotiomkin avrete notato questa “battuta”. Virgolette perché è una riflessione e non una battuta.

 

 

E’ mia.

Siccome ho letto molti commenti sotto il post originale mi va di scrivere queste due righe per puntualizzare.

Il mio intento (ma temo di non esserci riuscita) è sottolineare come cambia la percezione di una ragazza vittima di stupro a seconda della condizione.

Quale condizione? Tutte le condizioni. Le condizioni della vittima e quella dello stupratore.

Pochi giorni fa, su FB, ho scritto questa riflessione:

“Sono vicina alle famiglie dei figli maschi. Per come si vestono, certe ragazze se la vanno a cercare”.

Non ho commentato i fatti di Rimini anche per questo motivo. Si è dato più risalto alla provenienza dei delinquenti che non alle vittime, a quello che hanno passato e al fatto che vivranno per sempre con addosso l’orrore che hanno vissuto. Ed è anche vero che a seconda della nazionalità dello stupratore, le reazioni sono molto diverse. Posso trovare decine e decine di prove.

Le parole tra virgolette risalgono a un anno fa e sono state pronunciate da una signora di Melito di Porto Salvo, esprimendo solidarietà alle famiglie di nove ragazzi che per tre anni hanno violentato una ragazzina di 13. I nove sono stati arrestati. La ragazzina è colpevole di aver rovinato 9 famiglie. Tra questi 9, illustri figli di esponenti della ‘ndrangheta.

Quando inorridiremo per uno stupro, quando l’unico dolore e dispiacere lo proveremo per la vittima, quando l’unica reazione immediata andrà contro gli stupratori e quando non ci soffermeremo all’abbigliamento della vittima forse avremo fatto un passo avanti.

Fino ad allora un po’ di silenzio non ci farà male.

 

Dopo neanche 24 ore è arrivata la notizia dello stupro di Firenze.

Dopo i fatti di Rimini ho cominciato a illudermi e non mi sono pronunciata. Dopo i fatti di Rimini c’era un coro unanime di condanna verso i delinquenti. E mi sono detta che forse c’eravamo arrivati, che nonostante i soliti “Boldriniiiii portateli a casa tua a scontare i domiciliari” che sono commenti così lanciati a casaccio che non vale neanche la pena tenerli in considerazione, tutti fossimo fermi a pensare quanto terribile possa essere uno stupro e a esprimere solidarietà alle povere vittime.

Stupro. Ha anche un brutto suono, come se la lingua italiana avesse dovuto coniare questo termine non per volontà ma perché costretta dagli eventi e per sottolinearne subito la gravità e l’orrore ne abbia scelto appositamente il suono più brutto. Il rumore, più che suono, un rumore fastidioso.

E invece mi sono illusa. Perché per il fatto di Firenze non ci siamo indignati subito per le vittime. “Mah, mi sembra strano” “Però anche queste due ubriache eh” “Stanno dicendo che le ragazze hanno l’assicurazione contro gli stupri!!”.

Ah. Come ogni “Stanno dicendo che” che si rispetti, le ragazze non avevano nessuna assicurazione. Una notizia falsa, una fake news. Una bufala.

Essere ubriache o essere ingenue non è un reato.

Stuprare lo è.

Chi mi conosce, anche solo da blog e social, sa quanto sia “Boldriniana” su una questione importante come violenza e pregiudizio di genere.

E chi mi conosce dal vivo, oltre a questo, sa anche che non potrei mai prendermela con nessuna categoria in quanto tale. Purtroppo bisogna ribadire anche cose come queste dato che, in questo caso, parte inevitabile il coro di voci “adesso perché non potete vedere le forze dell’ordine…”.

No. Non ci siamo. Io non dirò mai che tutti sono bastardi. Di nessuna categoria o dovrei applicare il principio a tutti gli uomini del mondo. E, guarda il caso, sono pure figlia di un carabiniere.

Rubo un pensiero del vignettista Gian Lorenzo Ingrami perché spiega quello che penso ancora meglio di quanto possa spiegarlo io.

 

Ultima cosa, poi chiudo. Una cosa che mi infastidisce moltissimo è il fatto che le ragazze debbano giustificarsi per non avere urlato. Vi svelo un segreto: la paura ti paralizza. Tutto. Le braccia, le gambe, il collo e la voce. Sì, anche la voce.

Nelle rare (grazie al cielo) esperienze a contatto con la paura io sono stata una di quelle persone che può anche spalancare la bocca senza emettere alcun suono.

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Due pesi e due misure

Due notizie mi hanno colpito in questi giorni.

Notizie che apparentemente non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra.

Una è il suicidio di Chester Bennigton dei Linkin Park di cui ho già parlato.

L’altra è la vicenda di un ventunenne che si chiama Ernesto.

La Stampa ha pubblicato un’intervista a uno di quei ragazzi, sempre più numerosi, che non studiano e hanno rinunciato a cercare un lavoro.

Dice che è scoraggiato, che ha inviato curriculum da appena diplomato e non l’hanno mai richiamato, che fino a poco tempo fa andava di continuo nei centri commerciali a cercare annunci di lavoro. Adesso è fermo. Sta in casa, suo padre ha uno stipendio fisso, sua madre lavora a ore. Va a fare la spesa, cucina, aiuta come può. Esce poco per non spendere e quando è a casa gioca alla playstation.

Questa notizia l’ho vista dai social. Con annessi i commenti e i consigli indirizzati al povero Ernesto quasi subito additato come cazzone scansafatiche, come ameba (colpevole anche il giornalista de La Stampa di aver dato spazio a uno che non fa niente) e come stronzo che se la ride perché nella fotografia è sorridente.

“Hai 21 anni, non esiste ragionare così, se vuoi puoi, svegliati e muovi il culo”.

Leggendo la notizia in realtà non mi è sembrato di leggere uno scansafatiche, ma di leggere un ragazzo che non sa da che parte girarsi, come muoversi, come entrare nel mondo del lavoro. Viviamo una realtà in cui anche il ministro del lavoro ti dice che più importante di inviare curriculum, c’è il trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Insomma, che un ventunenne sia confuso non mi sembra questa grande novità. Adesso più che mai.

Quello che mi ha colpito è l’invito a “svegliarsi” e a “muovere il culo” detto con semplicità estrema, come se davanti avessimo un deficiente fatto e finito e invece è un ragazzo di cui sappiamo nome, cognome, età e qualche riga perché ci è stata raccontata. Eh no, mi sembra troppo semplice.

E via di lezioni di vita allora: io faccio così, io faccio questo e quest’altro, basta fare questo e diventi quello che vuoi, non sai cosa è capitato a me, no ma perché invece a me, e poi io, e poi io ho fatto anche questo.

Io, io, io, io, io, io.

Oppure il mio fidanzato ha fatto questo, la mia migliore amica quest’altro, mi ha detto mio cugino che una volta è morto.

Ma beate quelle persone che non hanno mai avuto un dubbio, mai avuto un periodo di insicurezza, che sanno sempre cosa fare, quando farlo e come farlo.

Speriamo che non abbiano mai un’incertezza: non riuscirebbero a sopravvivere.

Il dubbio che ci troviamo davanti a un ragazzo che sta vivendo un periodo di maggiore fragilità? Vicino alla depressione? No, ma figurati.

Leggendo le parole di questo ragazzo mi è venuta in mente la vicenda drammatica di un ragazzo sardo, ingegnere, che dopo aver passato anni di precariato e aver trovato un lavoro come operaio dopo aver eliminato la laurea dal suo curriculum, si è suicidato dopo che l’azienda non gli ha rinnovato il contratto. Non perché non lo meritasse ma perché non avevano più soldi.

Se non fosse arrivato al gesto estremo, forse sarebbe lui nella situazione di Ernesto.

Avremmo potuto incoraggiarlo a suon di inviti a muovere il culo e se vuoi puoi? Ne dubito fortemente, avrebbe al massimo risposto, ragionevolmente, di tacere, di non impicciarsi di vite altrui di cui non sappiamo niente.

L’articolo su Ernesto risale a giovedì mattina. Giovedì sera arriva la notizia del suicidio di Chester Bennington.

Gli stessi sostenitori del muovere il culo, del mondo in mano, del non ci sono scuse e del se vuoi puoi improvvisamente diventano difensori a spada tratta della vita altrui di cui non sappiamo niente, della depressione che è un brutto male, del denaro e del successo che non fanno la felicità.

Insomma Ernesto caro, io tifo per te, vedrai che andrà meglio e tornerà un po’ di quella voglia di lottare.

Tieniti stretti gli insulti di questi psicologi presso l’università della vita, la loro comprensione viene fuori solo se decidi di farla finita. E, non vorrei dare giudizi affrettati, forse anche solo se sei ricco e famoso, ma questa forse è solo la mia impressione sbagliata. Lasciali lì a berciare, se loro hanno trovato la ricetta per stare al mondo buon per loro.

Nonostante il post chilometrico ho solo un pensiero a riguardo. Su entrambe le vicende.

E’ impossibile capire cosa passi nella mente delle persone. Siamo sempre meno empatici, in quei momenti in cui ci sentiamo un po’ più forti e con due spiccioli in tasca diamo lezioni di vita che concludono con “Guarda che lo dico per te” (balle) e “Se vuoi puoi fare tutto, devi solo muovere il culo”, così possiamo uscirne splendidi. Solo che non ci soffermiamo mai per davvero sulle persone che abbiamo davanti, su quello che provano e sul fatto che le nostre boiate spacciate per lezioni di vita non solo non siano d’aiuto, ma forse spingano ancora più in basso una persona che è già a terra.

La verità è che il male di vivere non guarda in faccia a nessuno. Né che si tratti di un ventenne rassegnato alla vita, senza soldi e senza studi, né che si tratti di un musicista talentuoso, di fama internazionale e di successo.

E’ solo il momento di dispiacersi.

 

Come si ridimensiona tutto quanto.

Pensiamo sempre che sia un mondo di figli e figliastri e in effetti, giorno dopo giorno, è sempre più difficile trovare una smentita.

Magari è vero, forse per questo, il problema è che non riusciamo a capire chi siano gli uni e chi siano gli altri.

Così, dai nostri divani, dai nostri ex MTV, dagli attuali Radiofreccia e qualche volta, se ti va bene e non ci trovi il tormentone di turno, da VH1 mentre ci passi quando fai zapping, trovi tanti di quei figli e figliastri che mietono successi e raccolgono denaro sonante.

Quando sono scarsi ti dà ai nervi, quando c’è qualcosa di buono no. Perché sì, i soldi di certo non danno la felicità, ma a noi tocca crederci per sentito dire, che ne sappiamo.

Così, anche se i Linkin Park non li hai mai ascoltati perché non ti hanno mai fatto impazzire oltre a quel Hybrid Theory di tantissimo tempo fa, una notizia così fa sobbalzare di nuovo il cuore.

E non ti sei neanche ripresa da Chris Cornell.

C’è il talento, c’è il successo, c’è la ricchezza e c’è la fama.

Ma la verità è che il male di vivere non guarda in faccia a nessuno.

Metto questa, la conosciamo tutti.

Strage di Capaci

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

Peppino Impastato

 

 

Niente altro da aggiungere per la giornata di oggi.

Lascio solo il testo di questa bellissima canzone.

Come si può credere
che questa città baciata da sole e mare
saprà dimenticare
gli antichi rancori e le ferite aperte
le faide storiche,
il pianto di madri che mai più riabbracceranno un figlio
lo stato assai spiacente
che posa una ghirlanda tricolore con su scritto assente.

Da dietro le persiane anziani e bambini osservano
il lungo e commosso corteo
Generale era questo il suo esercito?

Chissà se il buon Dio conosce quest’inferno
se ha un piano per redimerlo
pace e speranza no non vivono
da queste parti è un immenso deserto
Chissà se il buon Dio perdonerà il silenzio

Davvero si può credere
che questa città baciata da sole e mare
saprà dimenticare
le offese gratuite e le agonie sofferte
le lotte storiche di chi sfidò la malavita a suon di musica e poesia
gli sguardi attoniti della gente che non ha mai visto né sentito niente

Volano gli aeroplani, le scie come trame si intrecciano
quell’aeroporto è uno scempio che adesso porta un nome di rispetto.

Chissà se il buon Dio conosce quest’inferno
se ha un piano per redimerlo
pace e speranza no non vivono
da queste parti è un immenso deserto

Chissà se il buon Dio perdonerà il silenzio
Chissà se il buon Dio perdonerà il silenzio
Chissà se il buon Dio perdonerà Palermo

(Esercito silente – Carmen Consoli)

Chris

Mio fratello Mauro ha quasi 7 anni in più di me.

Per molti anni abbiamo avuto una camera condivisa. In questo modo ho sempre sentito la sua musica. Sentita. Prima l’ho sentita. Poi l’ho ascoltata. E poi l’ho apprezzata.

Quando ci sono arrivata da sola, quando la sua musica è diventata anche la mia. Quando quella musica era la colonna sonora anche delle mie giornate. Ci piacciono le stesse cose, salvo rare eccezioni.

E’ stato così anche per i Soundgarden che sono diventati presto colonna sonora delle sue giornate. E delle mie.

Tutto quello che è una colonna sonora scelta, è parte attiva della vita.

Ecco perché quella notizia è stato uno shock per tantissime persone.

Un dispiacere immenso, come se avessimo perso un amico.

 

E se non un amico, una di quelle persone che incontri spesso, che senti spesso. Che vai a cercare spesso.

E adesso rimane un dispiacere immenso.

E un vuoto.

C’erano i Soundgarden, c’erano gli Audioslave. Ci sono stati i Temple of the dog e c’era anche lui solista.

Abbiamo ascoltato delle cose bellissime.

Grazie di tutto.

 

 

 

 

La giornata della lentezza (la mia festa)

Oggi è la giornata della lentezza, ovvero la mia festa!

Che bellezza. Io sono lenta, lentissima. Sono sempre l’ultima persino a mangiare. E lo so che dovrei svegliarmi e velocizzarmi ma il punto è che io, nella lentezza, ci sto bene. E’ un limite, è vero, ma è comunque la mia dimensione. Io ho sempre bisogno di tempo e di calma, per riflettere, per scrivere, per tutto.

Da qualche anno sono venuta a conoscenza della giornata della lentezza e ho cominciato a festeggiarla.

Tutti possono festeggiare, anche i veloci. Perché fa sempre bene rallentare un po’, prendersi un momento per sé stessi, fermarsi a pensare. Fa bene ed è bello.

Fatelo tutti. Prendetevi un momento vostro. Fate una passeggiata, preparate e sorseggiate il tè, fate una qualsiasi cosa che vi inviti a rallentare e che vi faccia scoprire quanto sia bello farlo.

Io non posso non festeggiare, devo farlo.

Lo devo fare per me e devo farlo in nome di tutte le tartarughe che ho nella mia camera, quelle che mia madre trova in giro e mi porta a casa. Chissà cosa vuole dirmi ehm ehm.

Per l’appunto, a casa, sono anche soprannominata la bella addormentata o la bella tartaruga, solo che, anzichè soffermarmi sulla lentezza, considero il fatto che siano belle e prendo tutto come un complimento.

Non mancano neanche i riferimenti alle simpatiche lumache, ovviamente.

E per dare una degna colonna sonora a questa giornata ecco un filmato dedicato a “La bella tartaruga” di Bruno Lauzi.

Io trovo sia una canzone bellissima. C’è solo da imparare.

W la lentezza!!

Buona giornata a tutti!!

Come cambiano i tempi

Nel video che ho messo nel post precedente (e che trovate qui) noterete che al minuto 3.20 il pubblico maschile canta a Levante “Sei bellissimaaaaaa-aaaa” e le urla “Ti amo”.

Siccome sono impareggiabile nel ricordare dettagli totalmente inutili mi è tornato alla memoria questo video del concerto del primo maggio di ben 20 anni fa, del 1997.

I Negrita lasciano il palco dopo aver duettato sulle note di Like a rolling stone assieme a Carmen Consoli, che invece rimane lì per suonare ancora.

Ecco il video.

 

Al minuto 4.46 si alza dal pubblico l’inequivocabile coro “Faccela vedè, faccela toccà” con la divina Carmen che decide di stare al gioco e di unirsi al coro.

Comunque pensavo.

1997: Faccela vedè. faccela toccà

2017: Sei bellissima, ti amo

Forse non tutto è perduto.

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