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Dal dentista

Oggi raccontiamo la normalità. Dopo non ricordo neanche più quanti anni sono tornata dal dentista per una visita di controllo.

Nonostante questa mia lunga latitanza sono legatissima alla figura del dentista. Come non potrei. Ho frequentato il primo che non avevo nemmeno sei anni. Piangevo disperata mentre mi toglieva le radici (a 5 anni) e mentre, asciugandomi le lacrime, mi diceva “Sa sposa mia bella!”, locuzione dialettale per esprimere affetto, molto usata verso le bambine (“Su sposu” variante maschile per i bambini). Dopo pochi anni mi sono ritrovata a frequentare gli studi dentistici a cadenza bisettimanale o mensile, dipende dal lavoro.

Questo perché, una volta caduti i denti da latte, i denti permanenti hanno deciso di sistemarsi non come si chiede a una dentatura ma proprio a casaccio, dove pareva a loro.

Ero talmente messa bene che mia mamma mi aveva soprannominata “Squaletto”. Soprannome più che azzeccato. Prima di iniziare il metti e togli di svariati apparecchi, il dentista mi chiese di fare delle fotografie che mettessero in evidenza la dentatura. Dio mio. Ogni tanto quelle fotografie risaltano fuori e quando le vedo ringrazio Dio di avermi dato due genitori non menefreghisti o oggi lavorerei come cavatappi vivente.

Ero una bambina normalissima ma con dei denti inguardabili.

Poi è cominciata la trafila. Il primo apparecchio è servito a spingere indietro gli incisivi, lo dovevo tenere tutta la notte e almeno cinque ore durante il giorno. Inizialmente, ovvio, mi dava fastidio. Una volta me lo sono tolta nel sonno e, dato che era tenuto fermo da una fascia elastica da posizionare dietro la testa, mi sono creata da sola quello che potremmo chiamare “effetto fionda ravvicinata”. Un colpo di apparecchio in pieno volto con un conseguente effetto labbroni alla Alba Parietti la mattina successiva.

Tolto questo è stata la volta dell’allineatore per l’arcata superiore. Poi quello per l’arcata inferiore. L’unico vero disagio era per il cibo. Sono sempre stata lentissima a mangiare, ma la presenza degli apparecchi rallentava ulteriormente. Non potevo prendere a morsi il cibo, avrei dovuto tagliarlo con le mani e mangiare così. Ma in fondo non è stato un problema nemmeno quello, tanto che ho la stessa abitudine ancora oggi.

Tolto anche l’allineatore dall’arcata inferiore è arrivato il turno degli apparecchi fissi. Che mi hanno fatto compagnia per tre anni. Nessun problema a parte mio fratello che si fingeva accecato ogni volta che parlavo. E poi la libertà.

Non ho mangiato un chewing gum per tre anni, niente caramelle gommose per lo stesso periodo di tempo.Niente noci o noccioline. Quando sono andata a toglierlo mi sono messa una Fruittella in tasca da azzannare non appena uscita dallo studio dentistico. Ma rimase lì, il dentista ancora non mi diede il permesso e la caramella, ma soprattutto io, dovemmo aspettare ancora.

A 14 anni ho rivisto i miei denti liberi. Non ero più uno squaletto.

Ma la frequentazione col dentista è andata avanti. Con le visite di controllo sono pessima e so di essere in buona compagnia, dovremmo farne almeno una all’anno e invece le ignoriamo totalmente. Ma i denti del giudizio mi spinsero a tornare dal dentista dopo 5 anni.

Sono andata dallo stesso dentista che in quel momento, vedendomi in faccia, non mi ha riconosciuto. Gli è tornata la memoria all’istante non appena ho aperto la bocca e ha riconosciuto il suo lavoro esclamando: “Ma certo che ci conosciamo!! E ci siamo visti anche molto a lungo!!”.

Praticamente mi ha riconosciuto dai denti.

Meno male che non era una visita ginecologica.

Eliminati anche i denti del giudizio, sono sparita. E sono tornata alla visita di controllo pochi giorni fa. Stavolta mi ha riconosciuto dalla faccia e non dai denti.

L’epilogo è stato degno di ogni visita dentistica che si rispetti. Tutto più o meno bene ma qui sarebbe meglio fare questo e qui sarebbe meglio fare quest’altro.

Insomma ci devo tornare a breve. Non poteva essere altrimenti.

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La mia assolutamente perdibile analisi politica

Sui social network, anzi, solo su Facebook a dire il vero, non ho più parlato veramente di politica dopo quella data sciagurata del 4 marzo. Dopo le elezioni. E non solamente per il risultato che no, non mi piace proprio.

Proprio perché sono rimasta ferma al mio primo commento a freddo e cioè “Prima di lasciare qui un qualsiasi commento mi sparo alle mani”. Perché? Perché “non è cosa”, come diciamo abitualmente quando ci ritroviamo davanti a una situazione indefinita, poco chiara, poco attendibile e che non invoglia per niente ad avvicinarsi.

E’ peggiorato tutto. Da qualsiasi parte.

Prima che partano i cori “E allora il PD?” “E allora Grillo?” posso candidamente ammettere che sono inorridita da entrambi. Ma è un orrore che va oltre quello che penso io, non è un orrore per divergenza di opinioni.

È un orrore di fondo perché in quella che dovrebbe essere una classe politica, vedo il vuoto. Il nulla cosmico.

Da mesi abbiamo il governo del cambiamento. E aspettiamo che cambi. Il governo, intendo.

Non credo che possa nascere una vera alleanza da due forze politiche che hanno passato anni con quello che dalle mie parti si chiama “Boccimì ca ti occiu” (“Uccidimi che ti uccido”), ovvero che hanno passato il tempo a insultarsi a vicenda. Poi faranno le leggi, si sosterranno a vicenda per ragioni di buon vicinato governo e alla prossima campagna elettorale nuovamente a farsi la guerra. Per il M5S sarà più difficile, per la Lega no perché dell’illogicità e della faccia come il didietro ne hanno fatto una bandiera che va avanti da tanti, troppi anni.

Dal lato delle opposizioni non siamo messi molto meglio. Anzi forse siamo messi pure peggio! Da una parte c’è Forza Italia con Berlusconi che col suo fare da cabarettista protagonista non accetta che Salvini sia lì grazie a lui che lui, proprio lui, non conti niente di niente. Non sanno nemmeno loro se essere opposizione oppure no. Sono lì, blaterano, e aspettano che ci caschino gli elettori come ci sono cascati in passato.

Poi c’è Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che dall’alto del suo 4% si sente comunque il mondo in mano e sta facendo di tutto per prendere la strada che fu di Angelino Alfano: non avere mai voti a sufficienza ma essere comunque ministro in tre diverse legislature. Un record, incredibile, sono quasi ammirata. La Meloni ci prova, è contro il governo ma un po’ è a favore, se c’è bisogno di qualche voto magari lei lo procura e spera che ci sia posto anche per lei. Insomma, ci crede tantissimo.

Alla stessa percentuale, più o meno, c’è anche Liberi e Uguali che sta uscendo dalla sala di rianimazione in cui è stata ricoverata dopo le elezioni. Dà segnali di vita, piccoli, ma li dà. E sono segnali di sinistra, possiamo tranquillizzarci. Poi c’è Possibile. Possibile è il mio partito preferito. Aveva un segretario, Giuseppe Civati, che è il mio politico preferito. Adesso ha una segretaria, Beatrice Brignone, che ha scritto una lettera davvero molto interessante a Marco Damilano direttore de L’Espresso e che potete leggere qui.

Sì, i miei preferiti hanno percentuali microscopiche e non sono nemmeno entrati in Parlamento. E io mi prendo pure tutti gli sfottò possibili e immaginabili, chi se ne frega. Il mio voto va a sinistra, evidentemente siamo in pochissimi ad apprezzare quel determinato tipo di sinistra. Non mi sento nel torto e, per buttarla a ridere, almeno non ho colpe, non ho scelto nessuno che voglia limitare diritti. Ho solo scelto chi vuole più diritti per tutti e che basa la sua idea politica su un principio di uguaglianza.

Poi c’è il PD e il velo pietoso con cui va in giro. L’ultima perla è stata presentarsi con i cartelli e con i cori da stadio in Parlamento (ma perché si possono fare queste cose?), cartello con scritta “Decreto Salvini più clandestini”. Eh. Sembra proprio un partito di sinistra. Oltretutto facendo il verso ai parlamentari del Movimento 5 stelle, loro acerrimi nemici.

Ma la seria opposizione non manca. I verbi sbagliati da Di Maio, i 370° della Lezzi (e mica lo sciopero per l’abominevole idea di una commissione per i programmi scientifici), le prese per i fondelli su chi non è laureato e su chi non ha un lavoro, gli scansafatiche in fila per il reddito di cittadinanza (che però erano persone in condizione di povertà estrema col reddito di inclusione e soprattutto cittadini che vanno sempre rispettati), i filmati e le telefonate di Rocco Casalino.

Ah, sono anche schierati all’apertura domenicale dei negozi e sono scesi in piazza con i Sì Tav. Non so se siano intervenuti alle manifestazioni antirazzista e antiddl Pillon nelle varie città, fatta eccezione per Nardella a Firenze. Ma al di là di questo, non so cosa sia successo a quello che si definisce un partito di sinistra. Proprio per questo ho citato prima la lettera di Beatrice Brignone.

Quello che viene riconosciuto come partito di sinistra, l’ideologia della sinistra l’ha ridotta a un tappetino su cui pulirsi i piedi, perché strizzare l’occhio all’industriale e trattare l’operaio da poveraccio fa sentire meglio, non fa sentire ultimi. E non fa sentire di sinistra, soprattutto.

E poi ci siamo noi, gli elettori. Sempre pronti a parlare e a farci sentire, sempre pronti a non contare nulla. Totalmente cascati nella trappola della tifoseria.

Io voto questo e tu no, deficiente.
Tu avrai il reddito di cittadinanza e io no, perché tu sei un pezzente.

Un tutti contro tutti e un ambiente da bar dello sport.

Non credo che la qualità del dibattito politico sia mai stata più scarsa di così. Ma devo dire che ci siamo adattati molto bene.

Ah, dimenticavo. Non ho commentato l’altro vicepremier. Ma solo perché lo ritengo incommentabile e per oggi mi sono già arrabbiata abbastanza.

La principessa Sissi

Ho guardato la puntata di Ulisse dedicata alla principessa Sissi.

I film della principessa (che principessa non era, ma duchessa, poi imperatrice e infine regina) ci hanno accompagnato da sempre e ci hanno fatto pensare a una vita di sfarzo. Con le sue difficoltà, ma comunque di sfarzo, e con Sissi che riesce a cavarsela grazie alla sua gioia, alla sua forza e alla sua voglia di vivere.

Questo nei film e successivamente anche nel cartone animato.

E invece c’è una ragazzina fragile, che si ritrova, volente o nolente, ad accettare quasi tutto quello che viene deciso per lei senza riuscire a interferire. Tutto le è piovuto addosso all’improvviso ma era tutto più grande di lei.

Ha perso due dei quattro figli avuti, non ha avuto un matrimonio felice e dal momento in cui si è trasferita alla corte di Vienna ha cominciato a soffrire di anoressia nervosa. Era fissata con la magrezza, mangiava pochissimo e si distruggeva di ginnastica.

Ad averle dato il volto al cinema è stata Romy Schneider. Una donna di una bellezza unica, appena diciassettenne quando interpretò Sissi per la prima volta. Talmente perfetta che per tutto il mondo la principessa Sissi non può che avere il volto della Schneider.

Eppure, legate dallo stesso destino, così come Sissi visse schiacciata dalla sua vita a corte, Romy visse schiacciata dal ruolo di Sissi. Non amava quei film, non amava quel personaggio, non amava che per tutti fosse sempre e solo la principessa Sissi, destinata a ruoli leggeri e romantico-sentimentali.

Nella sua carriera non è stata solo questo (ha interpretato nuovamente Sissi in un film molto più serio di Luchino Visconti in cui viene chiamata Elizabeth, visto che nella realtà Sissi non è mai stato il suo nomignolo).

Ha perso anche lei un figlio, tragicamente. E non ha avuto pace. Come ha detto Alberto Angela: “ha trovato rifugio nella morte”.

“Sono una donna infelice di 42 anni e mi chiamo Romy Schneider” pare che abbia dichiarato in una delle sue ultime interviste.

Dopo aver ascoltato anche la dolorosa vita di Romy accostata a quella di Sissi mi sento in colpa. Anche io non immagino Sissi se non con le sembianze di Romy, a volte mi sembra quasi che si tratti della stessa persona vissuta due volte, in due epoche differenti.

Forse la stiamo tormentando ancora adesso, in nome di una voglia di leggerezza di cui né Sissi né Romy hanno mai beneficiato.

Buon compleanno!!!

Il tutto è peggiorato da quando ho scoperto che su Instagram una numerosa quantità di invasati si è iscritta per mostrare le avventure dei loro Monciccì. Le scimmiette dei cartoni degli anni ’80 e che sono tornati recentemente in voga per i bambini di oggi.

Da proprietaria di ben tre Monciccì non ho potuto non prendere parte a questa bellissima usanza. E siccome chi non ha i Monciccì ha comunque iscritto dei suoi pupazzetti, ho allargato il mio Instagram agli altri peluche (ho una collezione che va avanti da quando sono piccola e ne sono gelosissima!).

Ma dopotutto per me non era niente di nuovo. Sono salita a bordo degli amanti dei peluche di Instagram grazie ai Monciccì, ma qui, nel blog, il 10 ottobre, è sempre stato festeggiato un compleanno importantissimo: il compleanno di Chicco, il mio orsetto di peluche.

Nella foto qua sotto ci sono io (dovevo avere 8 anni, forse 9) e stringo due orsacchiotti. Il piccolino blu è Chicco.

Era un regalo di mio fratello, vinto con tre tentativi da 500 lire (le lire, sono vecchia!) al gioco del braccio meccanico, nel luna park arrivato in paese per la festa di Santa Vittoria e San Narciso!

Chicco ha sempre rappresentato per me la mia infanzia e la mia casa quando mi allontano, molto più di un oggetto, un amico di quando ero bambina (non che sia mai cresciuta molto eh) che mi fa compagnia e fa sempre il tifo per me.

Ecco perché questo giorno per me è speciale. Anche se sembra una cosa stupida, per me è importante! Tantissimi auguri Chicco!!!

E c’è anche un altro compleanno da festeggiare: il compleanno di questo posto, del mio blog, del mio pensatoio!! Un posto che per me rappresenta moltissimo, anche quando non sono molto presente! Un posto nato per gioco, per hobby, e diventato per me una valvola di sfogo. Un posto piccolo ma che amo avere perché qui posso scrivere tutto quello che voglio, sono le mie pagine, sono le mie parole!

Auguri blog!!! Grazie per tutto quello che sei per me!!!

Miss Italia

Hanno eliminato la mia preferita alla prima selezione. E vabbè.

Non per puro campanilismo in quanto sarda ma perché secondo me è proprio molto bella. Eccola qui!

Si chiama Deborah Agnone e agevolo fotografia

 

Vabbè, non ci prendo quasi mai. Subito dopo di lei, che adesso è passata in cima alla mia lista, c’è una ragazza pugliese, Antonietta Fragasso. Se la cacciano è un’ingiustizia, ve lo dico.

Hanno fatto vedere il ricordo a Fabrizio Frizzi, che tenerezza. Mi stava troppo simpatico, non mi sembra vero e mi dispiace moltissimo.

I conduttori della serata sono bravi, Francesco Facchinetti comunque ha cominciato a starmi simpatico quando ha smesso di cantare (grazie a Dio) e ha cominciato a presentare X Factor. Invece, non avendo sky, non avevo mai visto Diletta Leotta alla guida di un programma, è molto brava e adesso odio ancora di più quel branco di allupati che le intasa i profili social di commenti osceni.

Tanto non vi caga lo stesso, com’è giusto che sia, tié.

La giuria è composta da Tullio Solenghi, Massimo Lopez, Alessandro Borghese, Pupo, Maria Grazia Cucinotta e Filippo Magnini.

Adesso altra eliminazione: vediamo un po’!

Torno alle 23.44 per dire che la ragazza pugliese è ancora in gara.

Le stanno eliminando dopo una prova in cui fanno delle domande a bruciapelo (comprese tabelline, incubo) ed è divertente vedere come rispondono le ragazze.

0.02 A una concorrente hanno chiesto “Quale canzone ti mette di buonumore” e ha risposto Sunday Bloody Sunday.

La mette di buonumore una canzone che si chiama Domenica sanguinosa domenica. Alla faccia del buonumore.

Alle 00.33 la mia preferita viene eliminata!! Alto tradimento!!! E’ la quarta classificata ma io protesto!! Meritava assolutamente la vittoria!

Antonietta Fragasso, Miss Puglia 2018

Aggiornamento in diretta!

E’ l’ 1.30: ha vinto lei.

Miss Italia è Carlotta Maggiorana.

Vabbé.

I Ferragnez!!

Visto che è tanto che non scrivo, cerco di ricominciare con un po’ di leggerezza, come si evince dal titolo!!

Parliamo dei Ferragnez!

“Come se non se ne fosse già parlato abbastanza” dirà qualcuno che disgraziatamente capita su queste righe.

Esatto, hai ragione. Ma io voglio commentare lo stesso. Che dire dei due sposi?

Oh, a me piacciono. Mi fanno simpatia e su Instagram da qualche tempo mi sono decisa a seguire Chiara Ferragni proprio per curiosare un po’ nella sua vita. Cosa fa, come vive.

 

 

Appunto. “Cosa fa e come vive?” dirai tu, sempre la stessa persona disgraziatamente finita qui.

Fa cose e vede gente, possiamo dirlo? Anche. Ma soprattutto FA I MILIARDI!!!

Chiara Ferragni è la prima fashion blogger italiana. Moda, sì, parliamo di moda: vestiti, scarpe, accessori, cosmetici e tutto quanto possa appartenere all’ambiente.

Quando sento i vari commenti “Eh ma ti sembra giusto che una faccia soldi per fotografarsi con un vestito” mi viene sempre in mente il film “Il diavolo veste Prada” e nello specifico il commento sarcastico di Nigel: “Sì, hai ragione. In fondo questa industria multimiliardaria ruota intorno a questo… alla bellezza interiore!”

 

Ecco, facciamocene una ragione. Di moda non ce ne frega niente, pretendere di capire come funzioni il giro d’affari di questa industria anche di meno. Quello che ci colpisce, perché in fondo siamo sempre alla ricerca di uno straccio di stabilità economica che non troviamo, è appunto la quantità di denaro. Quindi ci meraviglia, guardiamo anche un po’ con invidia ma evidentemente il fiuto per gli affari non manca a Chiara Ferragni che fattura ogni anno milioni di dollari (anche più di dieci) collaborando con importantissimi marchi di questo settore e arrivando alle copertine delle riviste di moda più importanti.

E’ stata anche un caso di studio della Harvard Business School, ha tenuto una lezione e tutta la sua attività è stata studiata dal momento in cui ha deciso di monetizzare il suo blog The Blonde Salade.

Harvard, ragazzi, mica gli ultimi degli stronzi.

Ha anche creato una sua linea e aperto un negozio a Milano. Una cosa divertente: i suoi primi passi via web sono riconducibili a Flickr (l’antenato di Instagram) e a una manciata di altri prototipi di social network e si chiamava Diavoletta87.

Fedez lo conosciamo, è un rapper. Io non apprezzo molto il genere e fino a poco tempo fa non apprezzavo nemmeno lui. Non dico che le cose siano cambiate radicalmente e che adesso lo adori, ma mi sta simpatico. E’ possibile che in passato non abbia avuto parole gentili nei suoi confronti. Mi dispiace.

Per quanto non sopporti l’esibizionismo, pure la mega storia con la Ferragni nata via social mi ha fatto tenerezza.

Il super matrimonio a Noto? Lo ammetto. L’ho seguito attraverso le loro stories (per chi non ha Instagram: questo social dà la possibilità di pubblicare brevissimi video o foto – che resteranno disponibili per 24 ore- per raccontare una qualsiasi cosa). Perché tutta quella ricchezza mi fa divertire, mi incuriosiva, volevo vedere che cosa si può fare in un solo giorno quando hai una barca di soldi a disposizione.

E oltre la cerimonia, che era come tutte le cerimonie, la festa era meravigliosa. Nella sala della cena c’erano lucine ovunque e Chiara le mostrava sulle note dei Coldplay. Dopo la cena, che sarà stata elegantissima immagino (non ho seguito tutto), spazio per l’animazione: ma mica animazione classica. Questi hanno avuto un intero luna park a tema con ruota panoramica, dischi volanti, carosello, macchina per pop corn, braccio meccanico con in palio i pupazzi con le sembianze degli sposi. Sublime! Cioè, io ci penso, un parco giochi tutto per me, è un sogno!!!

Gli amici tamarri di Fedez si sono pure dilettati in una elegantissima gara di pugnometro!

Di sicuro c’era da divertirsi!!

Io di solito per i matrimoni famosi rimango indifferente. Anche per quelli non famosi a dire il vero, a meno che non riguardino persone a me molto care.

Ma quello che mi spinge a seguire questi mega eventi forse è altro: a me non emozionano i matrimoni, mi emozionano i matrimoni dei ricchi che trasudano ricchezza da ogni angolo. O più semplicemente, forse mi emozionano direttamente i ricchi!!!

Scherzo, non sono poi così arida.

Ma pensate la cosa più strana di tutte. Nonostante la mia curiosità mi abbia spinto a seguire le vicende degli sposi, non ho sentito la necessità di scriverlo su Facebook: non volevo stonare in mezzo a quei 150 post di persone che ci tenevano a farci sapere che a loro, del matrimonio Ferragni – Fedez, non fregava niente.

Meno male, pensa se gli fosse importato qualcosa.

La discoteca

E’ mercoledì sera (anzi ormai è giovedì) e sto guardando Chi l’ha visto. Botta di vita.

Vi capita di guardare questa trasmissione? Io mi sono appassionata ma devo guardarla con Twitter davanti, dove praticamente un folto numero di disperati crea un gruppo d’ascolto che commenta i casi.

 

Con Twitter oserei dire che ci sono diverse sfaccettature divertenti del programma, non prendetemi per pazza, ma viene fuori uno spaccato della società impietoso, persone che spariscono da casa, poi vedi l’intervista ai familiari e in effetti l’allontanamento volontario sembra non solo l’unica soluzione plausibile, ma l’unica via di salvezza da una situazione di degrado assoluto. Non economico, proprio culturale. Senza Twitter me la farei sotto dalla paura.

Ma torniamo alle sfaccettature divertenti. Tra le persone che risultano scomparse e che io spero vivamente siano sane e salve ma lontane dalla famiglia (perché ci sono dei casi in cui salute e famiglie sono due linee parallele destinate a non incontrarsi mai) c’è una signora (mi sfugge il nome) sposata con un accumulatore seriale. Una casa piena zeppa di oggetti inutili e di giornali, giornali dappertutto, giornali anche di vent’anni fa messi ovunque, corridoio, salotto, cucina, mobili sotterrati dai giornali, persino una vasca da bagno inutilizzabile perché strapiena di giornali vecchi. Persino Federica Sciarelli si è offerta volontaria per andare a pulire.

La signora scomparsa ha anche una figlia, la prima a essersi accorta dell’allontanamento della madre. La prova schiacciante era una lettera. Ma non una lettera che spiegava la volontà di andarsene, niente di tutto questo: un biglietto con le istruzioni per la lavatrice. Già questo la dice lunghissima di che stile di vita da schiava facesse questa donna.

Comunque, chiudiamo la parentesi divertente sperando che la signora sia viva e lontana dalla famiglia.

A Chi l’ha visto spesso parlano anche di casi di omicidi alla ricerca di un colpevole. Stasera hanno parlato di una ragazza rimasta uccisa dopo una serata in discoteca. Una storia intricata, una ragazza che è stata investita da un autocarro. Non si sa come sia uscita da sola dalla discoteca, gli amici e le amiche che erano con lei non si sono preoccupati di non averla più vista, ma se ne sono tornati ognuno a casa propria. La cosa più ovvia è che molti di quel gruppo di amici mentano in maniera spudorata e non collaborino.

Non è il primo caso del genere e ogni volta mi viene da pensare a una sola domanda, una domanda che mi faccio molto spesso: ma che razza di ambiente è quello della discoteca? Io ho sicuramente un pregiudizio nei confronti della discoteca, per me è inammissibile pensare di pagare per passare una serata chiusa in un edificio a subire “musica” selezionata da altri.

Se discoteca deve essere, preferisco di gran lunga la discoteca all’aperto, quella che viene organizzata durante le feste e soprattutto, ribadisco, all’aperto, dove puoi spostarti quando vuoi e dove non sei obbligata a stare a contatto con delle persone ma puoi uscire giusto per vedere che c’è un po’ di movimento e stare a debita distanza.

Io sono entrata in una discoteca una sola volta, durante una gita scolastica, quindi ci sono dovuta entrare per forza. Sto ancora rimpiangendo i 15 € del biglietto di ingresso.

Quindici euro per passare alcune ore a cercare di comunicare con le mie amiche, senza riuscirci, urlando tra un marasma di musica di merda e interminabili TUNZ TUNZ.

Non voglio nemmeno sembrare una super apprensiva stile “occhio che ti mettono la droga nel bicchiere”, diventato il deterrente più usato dai genitori, ma tutti i casi di Chi l’ha visto avvenuti in una discoteca hanno la stessa trama: una persona che scompare e nessuno che vede niente. Nessuno. Nemmeno gli amici che, nonostante si accorgano che sia assente una persona, se ne vanno a dormire beatamente. Poi si giustificano: “Ma stava parlando con questo, ho pensato fossero andati via insieme”.

Ma certamente.

Vatti a fidare.

Non dico di smettere di frequentare le discoteche però almeno sceglietevi meglio gli amici.

Tutto ciò mi ha fatto venire in mente questa canzone che non sentivo da un sacco di tempo, di un gruppo che si chiama come il cantante (fantasia che si spreca) e che mi piacevano moltissimo. Si chiamano Francesco C, la canzone è Se non avessi fretta, ho anche l’album.

“Mi piaci proprio tanto però poco mi piaci
Se fossimo in un prato ti riempirei di baci
Ma in questa discoteca a me proprio non piace
Poi tu balli e basta, peccato, mi dispiace”

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