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20 luglio 1969

 

Cinquant’anni. Sono passati cinquant’anni dallo sbarco sulla luna. Cinquant’anni da quell’immagine di Neil Amstrong e Buzz Aldrin che zompettano sul suolo lunare felici e contenti.

Bella descrizione eh? Infatti sto qua a dire cazzate, le cose in modo serio ed emozionante ce le racconteranno Piero e Alberto Angela sabato sera su Raiuno. E spero vivamente che il tutto venga messo su Raiplay perché non posso seguire la TV.

L’arte omaggia sempre gli eventi, così stavo pensando a qualcosa che ricordasse lo sbarco sulla luna.

Di getto mi è venuto in mente il moonwalk di Michael Jackson (in questo video c’è anche Slash, mica cotica).

 

Poi “Il viaggio nella luna”, del 1902, di Georges Méliès. Film che avevo visto in una delle prime lezioni di cinema all’università. E che mi aveva fatto sorridere. E’ considerato fantascienza e lo stesso Méliès il secondo padre fondatore del cinema dopo i fratelli Lumière e comunque molto importante per l’inserimento degli effetti speciali. Mi fa sorridere pensare al fatto che per Méliès questo film di 15 minuti doveva essere proprio il “suo” viaggio sulla luna se pensiamo all’importanza che questa piccola opera ha per la storia del cinema.

Il film è disponibile su Youtube, famosissima la scena del razzo che finisce proprio nell’occhio della povera luna infastidita (e diamole torto!).

 

Ma visto che all’inizio ho detto che oggi sono qua a parlare di cazzate, questa mia riflessione artistica sul viaggio sulla luna non poteva che avere un epilogo cazzaro. Non ho pensato alle canzoni che nominano la Luna, pensavo proprio a qualcosa che raccontasse quel 20 luglio del 1969, altrimenti ce la saremo cavata con un video di Gianni Togni e finita lì.

Non è vero, avrei messo “La faccia della Luna” dei Tre Allegri Ragazzi Morti e/o “Luna” dei Verdena.

Ma mi sono venute in mente due canzoni con lo stesso titolo. Di due giovani artisti che hanno dedicato un brano allo sbarco sulla luna. O meglio, uno gliel’ha dedicato, l’altro ci ha ricamato su.

Come ho detto, le canzoni hanno persino lo stesso titolo: 1969. L’anno dello sbarco. E la cosa che mi diverte è che sono due poli opposti. Da un lato c’è una canzone poetica, un testo profondo, molto evocativo e commovente.

Dall’altra una tamarrata senza precedenti, una canzonetta allegra, scanzonata e anche tenerona (ci sono le dediche alla mamma) di un cantante (credo anche cantautore) che tanto piace ai ragazzetti di oggi.

Le metto entrambe qui sotto. Scegliete voi come volete sentirvi in questa settimana della luna: se vi sentite poetici scegliete la prima canzone. Se invece volete fare un regalo al tamarro che è in voi andate a colpo sicuro con la seconda.

(Non mollate ora il post, dopo le canzoni c’è un P.S. interessante – realmente interessante -)

Questa è la prima canzone:

 

Immobili
sguardi all’insù
Brividi
Atterrerà sfruttando quella gravità
che schiaccia il mondo
e rende distanti
Noi siamo distanti
oggi no
Trasmettono
Radio e tv
Dicono
che cambierà
l’umanità
Rinascerà la conquista
della verità
Illumina gli sguardi
Gli ultimi istanti
Vola raid
Piangono i giganti, sognatori, maghi e i preti
Gli ultimi istanti
Stati Uniti mai più
Stati Uniti mai più
Così Uniti mai più
Trasmettono
Atterrerà sfruttando
le emozioni
gli artifici
le illusioni
Stati Uniti mai più
Stati Uniti mai più
Così Uniti mai più

 

E questa la seconda (sedetevi, per carità):

A ma’, wow
È il 20 luglio del ’69
Sì sono fuori, sì, sì, sto sulla luna, yeah
Entro al negozio camicia slacciata
Dicono, “Prego, si accomodi, per di qua” (la la la la)
Ho mille pezzi da cento stropicciati ma’
Mi chiedono, “Che lavoro fa?” (la la la la)
Ricompro la casa che ci hanno tolto
Perché non avevi soldi, a ma’
Entro a farti dei regali in quella boutique (la la la la la la)
Sto vivendo a ma’, lo so, è identico a un film (la la la la la la)
Oh sì, yeah, ah ma’, prendi ‘sta spesa, non fare l’offesa
Chi se ne frega, stasera sto qua
Rimango a cena, non fare ‘sta scena
Resto stasera, poi lasciami sta’
Resto stasera, stasera
Non fare l’offesa, l’offesa
Rimango a cena, non fare ‘sta scena
Resto stasera, poi lasciami sta’
Sto sulla luna, uh
Sto sulla luna, oh sì
Wow, sto sulla luna di Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone
Guarda ma’ (la la la la)
In testa ho un casino, in piedi sul motorino baby, le voilà
Wow, rimprovera ‘sto bambino, torna col doppio di prima
Alé, le Teknival (la la la la)
È il 20 luglio del ’69, sì sono fuori, sì, sì, sto sulla luna
Entro a farti dei regali in quella boutique (la la la la la la)
Sto vivendo a ma’, lo so, è identico a un film (la la la la la la)
Oh sì, yeah, ah ma’, prendi ‘sta spesa, non fare l’offesa
Chi se ne frega, stasera sto qua
Rimango a cena, non fare ‘sta scena
Resto stasera, poi lasciami sta’
Resto stasera, stasera
Non fare l’offesa, l’offesa
Rimango a cena, non fare ‘sta scena
Resto stasera, poi lasciami sta’
Sto sulla luna, uh
Sto sulla luna, a ma’
Brava, non chiedermi dove son stato, brava (la la la la la la)
A ma’ prepara, hai visto anche stasera torno a casa (la la la la la la)
Oh sì, oh, ah ma’, prendi ‘sta spesa, non fare l’offesa
Chi se ne frega, stasera sto qua
Rimango a cena, non fare ‘sta scena
Resto stasera, poi lasciami sta’
Resto stasera, stasera
Non fare l’offesa, l’offesa
Chi se ne frega, esco dopo cena
Stasera non fare ‘sta scena, a ma’
Sto sulla luna, uh
Sto sulla luna

 

P.S. Se ve lo state chiedendo, non solo ho fatto la mia scelta, ma per essere sicura ho anche adottato la canzone per custodirla un mese!! E per quanto quel gran furbacchione di Achille Lauro mi faccia anche una certa simpatia, specie dopo il meritato processo di beatificazione per non aver preso a testate Valerio Staffelli di Striscia la Notizia, ho optato per The Niro.

Sul sito beatrice.ladante.it, il social network della lingua italiana, c’è questa possibilità. Anzi, se non ci siete iscrivetevi, perché io sono iscritta ma non conosco nessuno e praticamente parlo da sola come ogni matto che si rispetti.

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Carola

 

C’è una cosa che mi colpisce molto. Carola è, nella realtà, tutto quello che Salvini vorrebbe essere. E’ una capitana, la capitana di una nave a 31 anni, lui ha il titolo di “capitano” solo come soprannome sui social network e per di più per esserselo messo da solo. La incolpa di essere ricca, lui, che ha 25 anni di politica alle spalle senza muovere un dito e solo lui sa quanto gli sia convenuto. Venticinque anni passati in un partito che ha fatto sparire un mucchio di soldi pubblici che io e voi non riusciamo nemmeno a immaginare. Quando vuole difendere cose assurde dice che trasgredire le regole sbagliate è solo buonsenso, ma solo per le regole che non piacciono a lui. Carola ha disobbedito e l’ha fatto in maniera violenta davanti alla guardia di finanza sapendo benissimo e fin dal primo momento a cosa andava incontro. Lui si è appellato all’immunità parlamentare per non correre nemmeno il rischio di passare davanti a un’aula di tribunale.

Se questo episodio fosse avvenuto molti anni fa, immaginiamo con persone di etnia diversa, il nome di Carola sarebbe nei libri di storia, universalmente riconosciuta come un’eroina. Ma questi sono tempi che non lasciano il tempo nemmeno di riflettere, c’è una tifoseria immediata ingestibile, decidi adesso, o con lei o contro. E se sei contro, devi esserlo in tutto e per tutto, non solo per l’episodio contestato, proprio per tutto. Vita privata, situazione economica (“è nata ricca!”), provenienza (“è tedesca!!), stile di vita (“radical chic coi soldi in tasca!”). E se, per di più, è donna? Sfera sessuale, come se fosse interesse di dominio pubblico. Alludi, insinua e soprattutto offendi e lascia che offendano.

Ormai la mezzanotte è vicina, il festeggiamento per l’arresto volge al termine e questo caso eclatante darà l’ennesimo pasto sostitutivo ai telespettatori elettori, per qualche giorno basterà.

Pazienza se gli sbarchi fantasma non si sono mai fermati, pazienza se i rimpatri non sono mai cominciati per davvero.

E’ ormai già tempo di strillare su un nuovo argomento prima che i cittadini si accorgano di avere fame.

La scrutatrice votante

Mi perdonerà Samuele Bersani se prendo in prestito e rivisito il titolo di una sua canzone per cucirmela addosso. Certo che mi perdonerà, soprattutto perché non saprà mai dell’esistenza di questo blog e dei miei deliri.

 

Sono reduce dalla mia prima esperienza da scrutatrice.

Finalmente ho avuto delle risposte alle domande che mi sono sempre posta da elettrice.

La prima, la più importante: ha senso che i seggi siano aperti dalle 7 alle 23? No, non ne ha.

Urge un sindacato apposito e siccome ho già esperienza, avendo creato il sindacato “Il lavoro debilita l’uomo”, nelle ore in cui ero ferma aspettando che arrivasse uno straccio di elettore, ho pensato anche al nome più adatto.

Il sindacato degli scrutatori si chiamerà BRACCIA CONSERTE. In nome dell’astensione sempre più forte tra i votanti e dalla naturale posizione assunta dagli scrutatori in quei lunghissimi momenti.

Siccome è un problema serio da affrontare, ho anche pensato a una soluzione per aumentare l’affluenza alle urne: allestire un buffet e segnalarlo negli annunci ufficiali.

Pensate che il tasso di astensione sarebbe stato uguale se ogni annuncio avesse riportato la scritta: “26 MAGGIO 2019 ELEZIONI EUROPEE – SEGUIRÀ RINFRESCO”?? Illusi, non conoscete il potere del cibo.

Evolviamoci, facciamo festa, orari di voto dalle 9 alle 20, rinfresco, festa per tutti.

Il momento dello spoglio merita le ore 20 perché le cose più spettacolari vanno in prima serata e non in seconda (o terza). Lo spettacolo è reale.

Io ho fatto la valletta, mentre la presidente si occupava dello spoglio e l’altra scrutatrice ricontrollava, io sistemavo le schede nell’apposita posizione adibita per quel partito. Vi ricordate le vallette de “La Ruota della Fortuna” quando giravano le lettere nel tabellone? Ecco, così!

Ho fatto la scrutatrice nello stesso seggio in cui vado solitamente a votare.

Adesso il mio vicinato non ha più segreti, nemmeno tu, unico voto a Forza Nuova (ma come osi, ma come voti, santo cielo, ma ti sembra giusto usare la democrazia per votare qualcuno che non vede l’ora di togliertela?).

L’altro compito difficile dello scrutatore è quello di essere imparziale. Non si fanno commenti. A seconda dei tuoi ideali gioisci o piangi solo dentro di te. Lacrime interiori.

Deve essere per questo che mi scappava una pipì tremenda.

Poi spero sia previsto un risarcimento morale, vedere le schede firmate da me utilizzate per dare la preferenza a Matteo Salvini non sarà una cosa facile da dimenticare.

“Salutava sempre!”

Il titolo iniziale che ho dato a questo post era “La criticona”. Ed è (era) un titolo autoreferenziale dato che la criticona sono io.

Vorrei scrivere due parole sul giornalismo. Non è la prima volta che mi esprimo e, appunto, mi rendo conto di sembrare una criticona. Nella mia microscopica esperienza lavorativa ho sempre scritto. Siti e giornali locali. E guardo sempre con molto interesse ai giornali “grandi”, ai telegiornali nazionali per vedere come fanno i professionisti e a volte non capisco se sono io una criticona fatta e finita o se si può davvero auspicare a un miglioramento del giornalismo.

Come primo esempio a sostegno della mia tesi prenderei i vari Libero, Il Giornale, La Verità e tutti i programmi di approfondimento di Mediaset ma sarebbe ribadire l’ovvio, oltre che sparare sulla croce rossa.

Faccio invece un ragionamento e un’analisi un po’ più generale.

A essere sempre presente in giornali e TG c’è la cronaca nera. Omicidi, stupri, femminicidi, rapine, morti sul lavoro. Una costante di questi servizi. Servizio del TG: inviato in diretta davanti a un portoncino. O casa del carnefice o casa della vittima, dipende dal personaggio più affascinante della storia. La porta della villetta di Garlasco, la porta della villetta di Perugia, il cancello di Avetrana. Solo i primi che mi vengono in mente.

Anni fa, per una gag realizzata dalla comica Francesca Macrì (all’epoca a Quelli che il Calcio) e incentrata proprio sull’affollamento del cancello di Avetrana si scatenarono anche delle polemiche non da poco. Non era il caso di scherzare su un fatto di cronaca. Ma era palese che il bersaglio della satira non fosse il fatto di cronaca quanto la psicosi generale nel raccontarne anche i dettagli più irrilevanti pur di rendere la storia sufficientemente interessante per il pubblico.

La caccia dei vari giornalisti inviati sul posto alla ricerca di un commento da parte di un parente/amico di qualsiasi parte è spietata. Dopotutto se li hanno mandati sul posto, qualcosa dovranno portare a casa. E via la caccia alle domande. E via la caccia ai pareri personali che il più delle volte, quando va bene, sono assolutamente evitabili. Quando va male sono fuori luogo.

Se chiedi informazioni alle persone vicine al colpevole: “Era una brava persona” “Sì, ha avuto vita difficile, ma era buono” “Aveva un cuore d’oro, purtroppo era vittima dell’alcool”. E per finire l’affermazione che è diventata la bandiera di questo tipo di interviste: “Salutava sempre!!”

Ecco. “Salutava sempre” è diventato una barzelletta. La speranza forse è che un vicino di casa dica chiaramente: “Non mi ha meravigliato sapere che fosse un criminale e si vedeva anche dalle piccole cose. Si comportava male, era scorbutico con tutti e violento”. Ma quando questo non succede ha senso mandare il servizio col vicino di casa e l’imperdibile “Salutava sempre”?

Altro episodio. Un operaio morto sul lavoro. Arriva sul posto la moglie che spinge la carrozzina con dentro figlioletto di pochi mesi. Davvero è il caso di mettere il microfono a un centimetro dalla bocca di una persona che sta vivendo il dramma peggiore della sua vita? Davvero dobbiamo chiedere proprio a lei chi fosse il marito, da quando lavorava e cosa lei stia provando in questo momento? E’ necessario?

Oppure. Madre di ragazza appena uccisa dal fidanzato. “Si può parlare di perdono?”. Ecco, da telespettatrice io penso che il primo perdono visibile sia quello della madre che pensa “Dipende, perché io ti sto perdonando già solo nel non prenderti a testate per questa domanda di merda e non so come tu abbia potuto pensarla!”. Puoi chiedere a una madre che non ha ancora seppellito la figlia se può perdonare l’assassino? Siamo per caso sceneggiatori che scrivono il film più strappalacrime di questo mondo, visto che dobbiamo concludere con il finale a effetto?

Ogni santo “mesiversario” (scusate l’utilizzo di questa abominevole e soprattutto inesistente parola) del crollo del Ponte Morandi per i primi 6 mesi: immagine del ponte presa dal filmato amatoriale dell’utente che grida “Oddio, oddio”, rintocco di campana, inquadratura dei fiori portati dai parenti e persino descrizione (“Gerani per X, fiori di campo per Y”).

Anniversario della tragedia dell’Hotel Rigopiano: primo piano e urla strazianti di madre che porta i fiori nel posto in cui ha perso suo figlio.

Per sdrammatizzare, ma non troppo. Ricordate l’esplosione a Parigi? Gennaio 2019. Tra i feriti una ragazza italiana che vive e lavora nella città francese. E’ ferita a una gamba e rischia l’amputazione, notizia ancora più drammatica perché la ragazza studia danza. Dopo alcuni giorni finalmente i medici annunciano che la gamba è salva e non va amputata.

A dare la notizia all’inviato del Tg1 è un’amica della ragazza. Dice, visibilmente emozionata: “Siamo molto felici, Angela sta bene e i medici hanno detto che non dovranno amputarle la gamba!”. Domanda dell’inviato: “Sono contenti i genitori?”

Sono contenti i genitori.

Io non dico che non ci siano giornalisti in gamba, ma davvero non si può fare di meglio?

Passo e chiudo qui (per ora).

Breve riflessione sulla Tampon Tax

 

Quando si parla di Tampon Tax si parla principalmente di civiltà.

Gli assorbenti sono considerati beni di lusso e tassati al 20 %. Sono beni di prima necessità e come tali dovrebbero essere tassati al 4. Oltre all’atteggiamento generale degno di una seconda media quando si parla di ciclo mestruale (“oddio che schifo ha detto mestruazioni!!!111!!” e immancabile battutina) c’è un’altra cosa che non sopporto. Il minimizzare l’importanza di un provvedimento giusto solo per dare adito a una irrefrenabile voglia di fare i conti in tasca alle donne su quanto effettivamente spendano per assorbenti e proteggi slip. Non manca mai il commento del curiosone esperto: “Ma se una donna spende al massimo 50 € in un anno” (DIPENDE!). Oppure: “Ma dai, ma con tutti i problemi che ci sono in Italia ci fermiamo su queste cose!”. Domande che puntualmente arrivano da alcuni (metto volutamente alcuni, perché mi piace molto che una bella parte maschile abbia mostrato solidarietà, uno come Giuseppe Civati in primis) uomini che non hanno la minima voglia di fare uno sforzo per capire.

Se dal portafogli ci rubano dieci centesimi sono solo dieci centesimi che non ci mandano in rovina. Ma erano nostri, non erano dovuti ed è stata una sottrazione ingiusta.Tutto qui.

Detto questo, non per presunzione ma penso di parlare a nome di tutte le ragazze e le donne, piuttosto che metterci a calcolare la spesa mensile e moltiplicarla per tutti i 12 mesi per rispondere a una domanda inutile, preferiremmo abbassarci gli slip e dissanguare sulle scarpe del curiosone esperto di turno.

Vedi come gli passa la voglia.

Il portavoce Amazon

Una strana figura si aggira tra noi. E se siete iscritti a Twitter e lo usate vi sarà capitato di vederla in azione: il portavoce Amazon!!!

Amazon, il colosso del commercio online.

Amazon, quello che mette il lavoratore al centro di tutto. No, ovviamente non è vero, al centro c’è il cliente e al centro del cliente c’è la voglia di acquistare, il più delle volte, cose totalmente inutili, di riceverle in brevissimo tempo senza farsi troppe domande su chi gravi effettivamente tutta questa comodità.

Dicevo, Amazon non è proprio noto per essere un ambiente salutare per il lavoratore. Mega capannoni giganteschi, senza finestre, 24 ore su 24 con la luce artificiale, potrebbero essere le dieci del mattino o le tre di notte, lì dentro non fa differenza. Ma tra notizie di scioperi in occasione di Black Friday, Natale e feste comandate, tra notizie mai smentite di braccialetti elettronici per controllare anche quante volte al giorno i dipendenti necessitino del bagno ecco spuntare loro:

 

Eccoli qui i portavoce Amazon!!!

Questi sono i loro profili Twitter.

Cosa notiamo? La stessa foto copertina per tutti. Il sorriso, ma forse è più adatto chiamarlo “ghigno” di Amazon. Nel nome non può mancare “Portavoce Amazon”.

Gianluca Portavoce Amazon, Paolo portavoce Amazon, Vasco Portavoce Amazon e via dicendo.

Come se tutti ci iscrivessimo col mestiere e il posto di lavoro nel nickname. Ciro il salumiere del Paradiso della Salamella, Franco il pizzaiolo di Pizza a cena, Gino il fabbro della Bottega dell’angolo.

Cos’altro hanno in comune questi account?  Sono tutti dipendenti di Passo Corese e nessuno è felice quanto loro. Volete un esempio? E’ presto detto!

 

 

 

Un altro esempio? Eccolo!

 

Ma in questi account si notano altre cose in comune.

Il nickname mette per primo il nome di Amazon e poi il nome della persona.

Nella biografia appaiono due informazioni a rendere più umano il portavoce, ma anche queste sembrano fatte con lo stampino: una sigla lavorativa (e identificativa), da quanto lavorano in Amazon, cosa amano o adorano fare.

Visto che tutti lavorano al magazzino, spero che abbiano del tempo incluso nel turno lavorativo per cercare tutti quelli che parlano male di Amazon e rispondere a tutti con la solita tiritera. “Ciao Sara Lu, lavoro in Amazon nel magazzino di Passo Corese e bla bla bla bla sono tanto felice, grazie di esistere Amazon”. Ci crediamo tantissimo.

 

Questi account Twitter seguono pochissime persone e scrivono tweet solo se sono notizie o elogi di Amazon. Tra le persone che seguono c’è un profilo di una certa Alise Hawkins (@AliseHawkins8) in cui non appare nessun tweet. Non ha mai scritto niente, né ha messo una foto profilo. Ma se clicchi per vedere chi la segue (25 persone) ecco qua:

Tutto assolutamente normale, tutto per niente inquietante.

Però ti dicono che sono felici.

Senza rendersi minimamente conto.

A me era capitato di parlare sia con Gianluca che con Paolo, perché si danno anche il cambio.

 

Se nel vostro percorso social non vi è mai capitato di incontrarli e siete curiosi di vederli all’opera, potete farlo. E’ molto semplice. Scrivete un tweet che parli male di Amazon o allegate un articolo in cui ex dipendenti raccontano la loro esperienza.

Appariranno come appariva Beetlejuice dopo la terza volta in cui veniva nominato!

E se siete fortunati, troverete anche il Portavoce con lo sdoppiamento della personalità in corso!

 

 

Visto? Gianluca è diventato Vanessa!!

Se cercate un articolo adatto, vi consiglio questo apparso su Internazionale. Provate a condividerlo su Twitter, i nostri portavoce non si faranno attendere!

Cerca di stare tranquillo

Cerca di stare tranquillo.

Questa è una delle mie frasi preferite. La dico spesso. Agli altri e a me stessa. Vedo che tante volte finisce in quella categoria che potremo elegantemente nominare “grazie al cavolo” (l’eleganza sta nell’aver scelto di dire “cavolo” e non altro) e che viene scambiata per una frase fatta per uscire in fretta e indenni da una situazione difficile.

Invece io ci vedo molto altro. Non è uno “stai tranquillo” buttato lì. È proprio un “cerca di stare tranquillo”, nasconde un impegno. È difficile, lo so, ma tu provaci. Impegnati a stare bene e questa per me è tutto fuorché una frase fatta. È un augurio, un buon auspicio, un insieme di parole di speranza.

Ultimamente ho pensato molto a questa frase. A quante volte l’ho detta. A quante persone l’ho detta. A quante volte me la sono detta da sola, fino allo sfinimento, con un accenno di lacrima agli occhi per non sentirmi mai all’altezza. Cerca di stare tranquilla. Grazie incoscienza per aiutarmi in questo.

E ho pensato a quante volte non l’ho detta a te quando avrei potuto farlo. Ed è una cosa che non mi lascia in pace. Avrebbe cambiato le cose? Una frase così semplice lanciata in mezzo a un inferno di emozioni? Non lo so. Non so niente. So solo che non te l’ho detta. So che ti ho detto troppe poche cose. Io, il mio freno a mano tirato, la paura perenne di disturbare. “Ma figurati, avrà tante cose da fare, avrà tante cose a cui pensare”.

Abbiamo avuto il percorso forse più simile. Ma io ero timida, chiusa, impacciata. E forse lo eri anche tu, ma molto più bravo a dissimulare. Su di me si vedeva e si vede. Su di te no. Tu eri davvero ok. Tu sapevi stare al centro, tu eri circondato da amici e li ho visti anche io, in lacrime e col cuore spezzato.

Non mancano le difficoltà per quelli della nostra età. Possiamo sentirci inadatti quanto vogliamo ma la verità è che non è solo colpa nostra. E che è normale non essere sempre pronti a tutto ma questo Paese, questo mondo, questi tempi sembrano non lasciare scampo a chi vuole vivere senza sentirsi inseguito.

Ci hanno bombardato di “se vuoi, puoi”, “dipende solo da te” quando in realtà siamo circondati da “ritenta, sarai più fortunato”.

Non sono neanche riuscita a sentire quel campanello d’allarme che ti ha visto chiuderti in te stesso lasciandoti sentire prigioniero. Ho pensato a un periodo difficile, come quelli che capitano a tutti. E invece era un incubo che si materializzava giorno dopo giorno. Fino a quando non è diventato un mostro ingestibile e non hai visto nessun’altra soluzione al di fuori di quella che ti sembrava una libertà infinita.

Quella pace che qui non hai avuto, l’hai vista lì fuori e hai deciso di prenderla.

E qua rimaniamo noi. Io. Con quel “cerca di stare tranquillo” che mi si ferma in gola e che non sono riuscita a dirti nemmeno quando sono venuta a salutarti. Ha preso il suo posto un “Ma perché? Ma perché?” tra un fiume di lacrime mentre la nostra cuginetta diceva la cosa più bella di tutte: “Io ti voglio bene perché tu sei mio cugino e i miei cugini sono sempre nel mio cuore”.

Io non avevo capito niente.

Adesso sei in pace, sei sereno. Guardo le foto di quando eravamo piccoli, tu in braccio a nonna, io nel passeggino a guardarvi. So che siete insieme, accanto alla nostra cara zia.

La tua libertà ci ha lasciato nello sconforto ma è proprio la tua libertà a dover prevalere. Pensare al mio sconforto mi fa sentire egoista perché la mia pretesa di stare bene sembra quasi un voler surclassare la tua volontà.

Sono passati due mesi. Scoppio ancora a piangere in macchina mentre guido, mi metto a piangere in mezzo ad altre persone o in mezzo alla strada. E anche adesso, sulla tastiera di questo computer mentre, in una sorta di catarsi, affido a questo foglio ciò che mi passa per la testa.

Io, noi tutti, con questo tipo di sconforto troveremo un accordo che ci farà trasformare il tutto in qualcosa di costruttivo.

Quanto a te, non posso che pensarti sorridente e carico di tutti quei sorrisi che qui non hai fatto.

E so che adesso non avrai nessuna difficoltà a ricevere e capire quella che è la mia frase più utilizzata.

Mi dispiace di non aver capito.

Ma adesso cerca di stare tranquillo.

 

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