Vai al contenuto

Una canzone bellissima per un compleanno bellissimo

La canzone bellissima è Loud Like Love.

Il compleanno bellissimo è quello di Brian Molko, il cantante dei Placebo, dei miei Placebo.

Perché proprio questa canzone? Non c’è un vero motivo. Ogni dieci dicembre celebro la giornata con tante canzoni dei Placebo… ed è tutto il giorno che la canticchio.

Perciò eccola qui.

Un po’ di tempo fa sui social avevo trovato una vignetta. Si intitolava “Il potere della musica”. Si vedeva una persona triste, seduta nel pavimento, appoggiata a una parete. E con accanto un lettore mp3. E nel momento in cui indossava gli auricolari, la parete e il pavimento sparivano, per lasciare spazio a un universo di emozioni. Ma erano tutte le preoccupazioni a sparire. Io penso sia proprio così. E per quanto semplice, quella vignetta, mi commuove sempre.

E in fondo è anche per questo che celebro sempre il compleanno di Brian, perché i Placebo hanno sempre dato forza a quello che è il mio mondo, mettendolo al sicuro all’interno di una colonna sonora blindata. Non mi è mai interessato che piacessero a tutti, non mi è mai interessato far parte di qualche fan club per fare a gara a chi ne sapeva di più.

Era la mia musica. E’ la mia musica, è la colonna sonora del mio mondo.

Buon compleanno Brian.

Grazie Placebo!

Novantaquattro in meno

E’ la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e non so nemmeno che cosa dire.

Stop alla violenza, non una di meno. Certo.

Eppure mi sembra che siamo sempre le stesse e gli stessi a ripetercelo di continuo.

E poi? Si inorridisce, ma non troppo.

Ci si scandalizza, ma non troppo.

E si condanna, ma non troppo.

“Sì, lui l’ha uccisa perché era incinta, voleva portare a termine la gravidanza ma era la sua amante e la moglie avrebbe scoperto tutto. Lui ha sbagliato PERÒ lei lo sapeva che era sposato”

Ecco, quel “però” buttato lì, pesante come un macigno, sembra voler annullare tutti gli sforzi del mondo. Perché tu puoi anche parlare, mostrare i dati delle donne uccise nell’arco di un anno nel tuo Paese ma ci saranno sempre troppe persone che non saranno disposte ad ascoltare.

Quel commento che ho trascritto l’ho visto proprio ieri, per commentare l’ennesimo femminicidio, quello di Ana Maria Lacramioara Di Piazza, la ragazza di 30 anni uccisa a Palermo dall’uomo con cui aveva una relazione. E non ho ancora seguito un telegiornale, chissà se Ana Maria è già la penultima vittima di femminicidio.

Perché un divorzio sarebbe stato ingestibile per lui e per certi versi anche una vergogna, ma un omicidio no, quello no, quello avrebbe risolto tutto.

Ci ha almeno risparmiato la vergognosa difesa di un pilota italiano di qualche anno fa. Caso analogo, lui sposato, relazione clandestina con la segretaria, che poi rimane incinta. La uccide, tenta di far sparire il corpo, viene beccato. Ultimo tentativo di difesa: “sì, avevamo una relazione, ma non so se il figlio era mio”. La relazione clandestina considerata più grave dell’omicidio. Tanto lei era morta, non poteva più parlare. E allora facciamola passare anche per una poco di buono, perché la scelta è proprio questa. Fare un’affermazione come quella significa proprio tentare di screditare la vittima, perché la nostra antichissima mentalità vede ancora un “playboy” nell’uomo conquistatore e una poco di buono nella donna conquistatrice.

Se sei l’amante, tu ti sei messa in mezzo. Se ti uccidono anche tu avrai le tue colpe.

Non se ne esce.

Me la prendo spesso anche con il linguaggio utilizzato dai media. Per i ragazzi italiani a Londra che hanno violentato una ragazza si parla ancora di “bravi ragazzi, di buona famiglia, a Londra per un master”. Di buona famiglia.

Perché “pieni di soldi” non suonava bene. Di buona famiglia significa solo questo. Pieni di soldi.

E il caso di Elisa Pomarelli? La ragazza uccisa da “un suo amico”, che non “accettava” il rifiuto? Forse il caso trattato dai media nel modo peggiore. Di Elisa per settimane non si è detto che era omosessuale, dell’uomo che l’ha uccisa che era solo “innamorato”. Si parlava continuamente di “Fidanzati scomparsi”. Una volta che l’assassino ha confessato, un giornale (Il Giornale) ha addirittura intitolato “Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”, come se lui fosse la vittima. E non la ragazza uccisa, abbandonata per settimane in un burrone.

Più filoni di bruttezza per una sola storia. Diverse parole, negli immancabili articoli strappalacrime post mortem, in cui persino la sessualità di Elisa veniva liquidata e spacciata per “indecisione” in modo che, l’assassino, almeno dal punto di vista mediatico, potesse giocarsi la carta dell’uomo impazzito per l’ambiguità della ragazza. Ovviamente un piano riuscito. Troppi commenti “Ma allora perché ci usciva?”.

Casi terribili di stupri di gruppo dove la vittima che denuncia è poi costretta ad andarsene dal suo paese e dalla sua casa perché ritenuta colpevole di aver rovinato la vita a dei bravi ragazzi. Perché lo stupro è ancora questo. Non siamo mai davvero usciti dalla mentalità del matrimonio riparatore, da quelle stupide leggi che ritenevano lo stupro un reato non contro la persona, ma contro la morale. E come sempre, più grave per la donna perché “l’uomo si sa, è fatto così.”

Una mentalità gravissima anche per gli uomini, tacciati di essere poco virili quando decidono di denunciare una molestia da loro subita. Perché in giornate come queste è anche tutto un “e allora la violenza sugli uomini???” ma quando un uomo subisce una molestia e la denuncia, parte la presa in giro.

Colpevole di non averne approfittato.

Sono così amareggiata dalla continua abitudine di minimizzare che provo solo un immenso fastidio.

Fastidio anche per quella parte che dovrebbe essere più “goliardica”, diciamo così. Tutti quei “Sì, siete carine, ma il polpettone lo sapete cucinare?”. Non so, siamo forse a un colloquio di lavoro per cuoca e tu sei per caso Carlo Cracco in cerca di personale? Non mi pare.

Una cosa che dovrebbe (?) strappare una risata (?) ma che mi lascia sempre abbastanza basita.

Lo slogan di questa giornata è sempre Non una di meno ma l’anno non è ancora finito e in meno, solo in Italia, ce ne sono già 94.

La moschea di Colle Val D’Elsa

Credo che dal punto di vista televisivo non sia stata data la giusta rilevanza alla notizia che del piano dei fascisti (e nominare questa parola alla vigilia del 2020 mi fa rabbrividire) di far saltare in aria la moschea di Colle Val D’Elsa. Perché sappiamo bene cosa sarebbe successo a parti opposte, cioè se gli arrestati fossero musulmani col piano di far saltare in aria una chiesa.

Sarebbe stata la notizia di apertura di tutti i telegiornali, i palinsesti avrebbero subito una modifica per mandare in onda lo speciale “Porta a Porta” di Bruno Vespa. C’è una cosa che spero non passi inosservata.

Chi sognava di realizzare questa tragedia si riempie la bocca di “prima gli italiani” ma non avrebbe avuto scrupolo a uccidere tanti italiani pur di colpire delle persone di una religione differente. E tutto questo in un posto, l’Italia, in cui la libertà di culto è concessa e in cui a essere un reato è proprio l’apologia del fascismo. E’ vietato essere dei criminali, non lo è essere stranieri.

Cerchiamo di ricordarlo quando, a brutto muso, cercano di convincerci che dietro un “Prima gli italiani” ci sia una reale preoccupazione nei nostri confronti.

“Prima gli italiani” non è altro che un “prima io” detto da più persone alla volta. Un “Prima io” di cui noi non facciamo parte. Stessa cattiveria, stesso egoismo.

Cara vecchia Rete 4

 

Viste le immonde cronache recenti mi sono sorpresa a pensare a Rete 4.

Oggi si parla di Rete 4 come trampolino per l’avanzata dei neofascisti e degli estremisti di destra, tutto per colpa di immondi giornalisti (bah) come Mario Giordano e Paolo Del Debbio. La solita fasulla messa in scena in cui i cronisti importanti (doppio bah) si schierano dalla parte del popolo per estorcere le peggiori espressioni che questo mondo possa concepire.

Ma vi ricordate la vecchia Rete 4? La cara vecchia Rete 4? La vecchia Rete 4 era una salvezza! Era un posto sicuro, sono certa che il progetto di questa rete è stato ideato ispirandosi alla casa della nonna con l’unico intento di fare compagnia. Ma non solo alle nonne. Anche alle mamme e alle nipoti, a chiunque fosse in casa, per questo alle scuole elementari avevo una compagnetta che, quando veniva a casa mia a giocare, mi proponeva sempre, col candore che solo i bambini possono avere: “Giochiamo a Topazio?”.

Non ricordo esattamente in cosa consistesse il gioco, probabilmente a deambulare ad occhi chiusi visto che la povera Topazio era cieca.

Rete 4 era il tempio delle telenovelas. Ce n’era per tutti i gusti. Ambientate in città e in campagna, nel presente e nel passato, nelle ricche aziende e negli ospedali. Statunitensi e sudamericane, queste ultime girate con un budget che oggi non supererebbe i 15 euro.

Rete 4 era un posto idilliaco. Era un inno all’amore, da tutti, verso tutti e contemporaneamente.

Quel “contemporaneamente” messo lì è un modo carino per dire che a turno, tutti i protagonisti erano dei cornutazzi, visto che il punto forte delle telenovelas non era certamente la fedeltà dei suoi protagonisti.

Soap opera dalla mattina alla sera. Le uniche interazioni nell’arco della giornata si avevano grazie a Patrizia Rossetti che ci augurava “Buon pomeriggio”, dava i suoi commenti sulle puntate, a volte intervistava qualche attore e poi ci parlava delle calze 40 denari nella telepromozione.

Alla sera, finito il tempo delle telenovele, partivano i giochi. Prima Ok il prezzo è giusto con Iva Zanicchi e dopo La Ruota della Fortuna con Mike Bongiorno.

Poi partiva la prima serata con “Don Camillo e l’onorevole Peppone” o con uno di quei recentissimi film del 1920.

Era tutto così sereno, tutto così calmo.

Adesso è diventato un carnaio, un manicomio in diretta tv, una gara a chi urla e minaccia di più.

Che nostalgia.

Tanta nostalgia.

Così tanta nostalgia che mi sembra già di sentire la sigla di Sentieri.

Is Animeddas

E’ arrivato il giorno in cui i bambini si alzano dal letto presto, da soli, senza sveglia e senza genitori urlanti. E’ il giorno de Is Animeddas! Che significa che stamattina e, in alcuni paesi, questo pomeriggio tutti i bambini andranno di casa in casa a chiedere qualcosa per le anime dei propri cari defunti. E la gente regala loro dolciumi, frutta secca, merendine, succhi di frutta, a volte qualche soldino che i bambini mettono all’interno della federa di un cuscino, unico accessorio consentito. Immancabile la morbida e famosissima merendina alla frutta che arriva totalmente sbriciolata a casa e solo la prontezza di aprirla direttamente nella scodella del latte o, per i più precisini, di mangiarla col cucchiaino dalla confezione porterà a compimento anche la messa in sicurezza di tutto il bottino.

Perché tutto quello che si riesce a raccogliere in questa giornata è veramente un bottino ricchissimo, più di ogni tesoro del mondo.

Stamattina i piccoli si preparano, i più grandi, nostalgici, pensano a quando erano loro a girare per le strade del paese.

Il 31 ottobre, per quelli troppo grandi per andare a Is Animeddas, è tutto un susseguirsi di “come eravamo” “cosa facevamo” ma soprattutto “quanto ci divertivamo”. Sveglia presto, federa pronta dalla sera prima, colazione, lavaggio faccia e denti e via, all’avventura.

Perché al di là del racimolare qualcosa, la grande emozione era proprio quella: avere il permesso di girare da soli per tutto il paese, lontano dal proprio vicinato, lontano da case di nonne e zie sempre frequentate. A Villaputzu, per un bambino residente nella zona delle scuole medie, ad esempio, era indescrivibile l’emozione di arrivare in piazza Galileo Galilei (sempre conosciuta come Is Tallaias o piazza rossa) e di esserci arrivato lì da solo, senza nessun adulto a ripeterti di continuo “stai attento” “dammi la mano” “e non correre!!”. Adesso questo senso dell’avventura sembra essere un po’ diminuito, ci sono i genitori che scortano i bambini, cosa che fino a pochi anni fa era non vietato, ma un’ipotesi nemmeno presa in considerazione.

Gli unici due obiettivi erano di riportare in casa la federa colma e tornare a casa all’orario stabilito. Da solo. Per quanto piccoli si poteva essere, l’avventura e il divertimento avevano anche un piacevole sapore di responsabilità. E nessun bambino aveva paura di affrontarlo. I bambini sanno badare a sé stessi molto più di quanto gli adulti credano.

E si impara a farsi coraggio, perché se si vuole ottenere qualcosa per riempire la federa, si deve chiedere gentilmente. Si deve avere il coraggio di bussare alla porta di persone che non conosci, di suonare ai loro campanelli e di dire a gran voce “Mi das fait is animeddas?”, così i proprietari di casa escono, consegnano ai bambini ciò che hanno preparato in ricordo delle anime dei propri cari, i bambini ringraziano e via, al prossimo campanello, al prossimo portone, al prossimo citofono, passo dopo passo con meno timidezza addosso.

Is Animeddas sono molto più di un giorno di festa: il giorno de Is Animeddas è una scuola di vita. Si impara a muoversi da soli per strada, si impara a confrontarsi con altri adulti, si impara a ringraziare. Si impara anche a rispettare le regole, perché sei comunque legato a quello che ti dicono i genitori e se sgarri, Is Animeddas l’anno prossimo le vedi dalla finestra di casa, nel senso che vedi gli altri bambini in giro e tu in casa perché l’anno prima ti sei comportato male. Mai sottovalutare i genitori, cari bambini.

E di questi tempi, in una società così bella, varia e interculturale, la tradizione de Is Animeddas abbraccia quei bambini che hanno una provenienza diversa. I bambini con origini di altre regioni o nazioni, che magari vivono qui da poco, parlano l’italiano ma il sardo per loro è ancora un mistero, imparano comunque a chiedere Is Animeddas nel modo corretto.

Federe piene bambini, coraggio.

E per noi, grandicelli, uno sguardo veloce a quella federa e il ricordo indelebile di tutte le nostre animeddas passate.

Questo mio articolo è stato pubblicato anche qui 

 

E ora qualche riga, per raccontare Is Animeddas direttamente da casa mia. La mia strada non è molto trafficata, ma qualche bambino si vede sempre. Quando ero più piccola, con gli altri bambini non ci si fermava davanti a nulla.

– “Bambini, in quella casa non ci abita più nessuno da vent’anni!!”

– “Ma magari sono venuti oggi per darci Is Animeddas”

E via a bussare e suonare. Ma ovviamente non apriva nessuno.
Poco male, c’è già una signora più avanti che ha sentito le nostre voci, andiamo da lei!! E via a chiedere a gran voce “Mi d’as faidi is animeddas??”.

Ma dicevo, la mia strada è poco trafficata, io abito al primo piano e i bambini a volte si lasciano intimorire dalle scale e dal fatto di non vedere movimento da subito… così sono corsa ai ripari.

Nella mia cassetta della posta è apparso questo!

Visto il lento inizio di mattinata ho tirato fuori il Giovanni Mucciaccia che è in me ed ecco qui: pastelli, scotch ed ecco un chiaro invito a suonare!

Ha funzionato.

Prima del cartello il mio cestino era così:

IMG_20191031_083821

Dopo la prima “scampanellata” era così.

IMG_20191031_104910

W Is Animeddas!!!

Cattiva

Penso sempre che il giornalismo sia il lavoro più bello di tutti e nonostante questo (e nonostante io stessa abbia cercato nel mio piccolo di farne parte) quando sento una critica al settore, anziché difenderlo arrivo col carico da undici.

È capitato anche pochi giorni fa. Perché evidentemente a me piace il giornalismo ma io non piaccio a lui. O forse non piaccio io a ciò che il giornalismo è diventato.

Non puoi fare scoop quando non ce ne sono e non puoi fingere di averne uno quando non hai nulla in mano. Per fare uno scoop devi essere nella condizione di lavorare sul campo, ma di lavorarci seriamente.

Lungi da me fare lezioni sulla materia, non sono assolutamente in grado. Ma sono principalmente una lettrice. Quindi se leggo “Nuove rivelazioni sul delitto di Roma” e poi leggendo il testo scopro che “spunta un video Instagram di cinque anni fa dei due fidanzati in palestra” mi rendo conto in tempo zero che non ci sia nessuna nuova rivelazione e che non sia fare giornalismo, ma solo ficcanasare.

Proprio il delitto di Roma ha scatenato il peggio di questo settore. Articoli su articoli ogni dieci minuti. E articoli che in realtà non lo sono. Una decina di righe basate su ipotesi. Alle 11 c’è un testimone che smentisce la vittima sopravvissuta, alle 11.10 un altro testimone che invece le dà ragione.

La decenza chiederebbe un momento di pausa, prima di sparare a raffica. E invece no, si è persino superato lo squallore di sbattere il mostro in prima pagina sbattendo addirittura in prima pagina il morto, spulciando sul profilo facebook e scrivendo articoli su questo. Del morto si è scritto che  in una foto “indossava una maglietta di Jimmi Hendrix” (Jimmi proprio con due M), che “sembrava un ragazzo apposto” (e non a posto) e “di idee sovraniste” per poi aggiungere lo screenshot di un post di 3 anni fa, scritto dopo un attentato. Non ci è purtroppo dato sapere se avesse seguito il matrimonio dei Ferragnez, peccato.

Proprio utilissimo.

Del colpevole invece abbiamo saputo che pubblicava i meme “ispirati a Holliwood“, con I e non con la Y. Di entrambi abbiamo visto le pagine facebook per placare quella sorta di voyeurismo che imperversa in quella che oramai è definibile informazione stile Barbara D’Urso.

Per quanto riguarda gli errori grammaticali e di ortografia, come dicevo ieri, può capitare, senza dubbio. Capita a tutti ed è questione di un attimo, ma di sicuro la mania di arrivare prima fa perdere qualità al lavoro anche da quel punto di vista.

Dopo questa roba ho smesso di seguire su Facebook un quotidiano (avevo ormai la home page bombardata di queste fesserie) e non aspetterò molto per smettere di seguirne degli altri, questa è una moda parecchio diffusa anche tra i quotidiani più autorevoli.

Il giornalismo è principalmente un settore alla canna del gas, poche persone guadagnano bene, il resto è una schiera di nuovi schiavi perché le paghe sono da fame. E i mezzucci per tenere la barca a galla sono questi: spacciare fesserie per grandi esclusive, scrivere articoli  basati sul nulla, scriverne altri per descrivere in modo dettagliato le pagine facebook dei coinvolti in qualche vicenda.

Pensa se fossi coinvolta io in qualcosa e facessero un articolo sulla mia pagina FB. “Amante della musica e del mare”. Della musica perché nella foto di copertina ci sono Eddie Vedder e Ben Harper durante un concerto. Del mare perché ho la foto profilo in cui si vede il segno dell’abbronzatura.

Pensa se decidessero di approfondire o analizzare la mia persona e le mie giornate basandosi sul mio ultimo post.

È questo qui:

Stanotte ho sognato di aver lavato il bidet con il mio spazzolino (elettrico) da denti, direi che con questo inizio non è che possa aspettarmi poi tanto da questa giornata.

Partirebbe l’analisi del sogno e si scatenerebbe la corsa alla foto del bidet e dello spazzolino da denti!!

A parte gli scherzi, questo sensazionalismo sul delitto di Roma credo non finirà tanto velocemente. C’è una ragazza giovane e carina coinvolta, la tentazione di creare una nuova Amanda Knox è troppo forte.

Questa vicenda mi ha ricordato una bellissima canzone di Samuele Bersani. Si chiama Cattiva, risale a parecchi anni fa e parla proprio di questo. Della mania di fare becero pettegolezzo su un delitto, alla ricerca di un’esclusiva.

“Curiosità impregnata di pioggia televisiva”

La giornata ProGrammatica

È arrivata anche quest’anno la Giornata ProGrammatica!! Che cos’è? È l’evento che promuove e valorizza la lingua italiana in tutti i suoi aspetti. Solitamente si svolge durante la settimana della lingua italiana nel mondo (che quest’anno ha avuto come tema “L’italiano nel palcoscenico”), quest’anno invece si tiene pochi giorni dopo.

È un’iniziativa che mi piace molto. Spinge a fare attenzione a quello che diciamo e a come lo diciamo. A quello che scriviamo e a come lo scriviamo. Non a caso il festival della lingua italiana che si è tenuta a Lecco era intitolato “Le parole valgono”. Non solo per il timore perenne di sbagliare (timore sacrosanto perché, come mi ha insegnato proprio un’insegnante di grammatica, avere dei dubbi è legittimo e sbagliamo tutti) ma anche perché con la nostra lingua possiamo fare tantissime riflessioni e tantissimi giochi, sia sul peso che sulla struttura “estetica” delle parole! La Settimana Enigmistica è assolutamente il miglior alleato in questo!

Radio3 dedica la sua programmazione a questa giornata e stasera trasmetterà proprio “La serata ProGrammatica”.

Tra i siti che cerco di consultare spesso c’è il sito dell’Accademia della Crusca e il sito della Treccani.

A proposito dell’Accademia della Crusca, mi va di ricordare un episodio che, a causa di titoloni sensazionalistici di giornali e telegiornali, forse non è arrivato bene a tutti. L’episodio riguarda una parola. Una parola incriminata.

E la parola è: PETALOSO!!!

Vi ricordate di petaloso? Un bambino la scrisse in un compito e la sua maestra, anziché correggerlo, gli fece notare che era sì un errore, ma bello. La cosa non terminò lì, così la maestra e il bambino scrissero all’Accademia della Crusca per vedersi riconosciuta la parola.

L’Accademia, con grande gentilezza, rispose.

Da qui i titoloni. “L’accademia riconosce PETALOSO!”.

No. NO. N O. ENNE O!

L’Accademia non ha mai riconosciuto petaloso come parola. Ma ha spiegato al bambino che una parola, per essere universalmente riconosciuta, deve diventare una parola corrente, una parola utilizzata da tutti. Capito? Quindi è tutto nelle nostre mani. Evitiamo quella parola come la peste e saremo salvi.

Qui trovate l’intera risposta.

La Treccani l’ha inserita come neologismo principalmente per spiegare come siamo arrivati a parlarne. Lo Zingarelli invece l’ha scartata. Anzi, mi fa piacere ricordare che nello stesso anno, ha inserito Carasau, la carta musica, il meraviglioso pane della mia isola!!

Abbiamo già fatto fin troppi scempi, è stata/o persino riconosciuta/o* “apericena” perché tenerci “aperitivo” o prendere in prestito “buffet” ci faceva troppa fatica. Abbiamo preso “selfie” quando avevamo già “autoscatto” e non ci siamo tenuti buffet. Che è anche un termine elegantissimo.

*Il dubbio sul genere della parola deriva dal fatto che diversi dizionari la riconoscano sia come termine femminile che come termine maschile.

Petaloso risale al 2017. Un altro megatitolo di giornale è più recente.

Quest’anno ci siamo imbattuti in cose come “La Crusca riconosce ESCI IL CANE”.

No.

Mai riconosciuta. E, leggendo ciò che ha scritto (qui  – già nel 2016- e poi anche qui nel 2019), non si è neanche espressa positivamente, a mio avviso.

La Crusca, che è sempre gentilissima, ha solo detto di non rompere troppo le scatole al prossimo. Quindi, se il nostro vicino ci dice “esco il cane”, possiamo evitare di fare i maestri di turno e lasciare correre. Non è riconosciuto, ma siamo noi e il nostro vicino di casa, fingiamo che questa frase non sia mai stata detta.

Evitiamo di ripeterla, questo sì.

Sapete quale parola spero che sparisca immediatamente dal nostro vocabolario quotidiano? Blastare.

Non la sopporto. Anzi forse la odio. Oltre a essere bruttissima ha un concetto nascosto che mi fa orrore e si aggiunge a tutti quei termini che sono usati in un modo che considero negativo.

Blastare deriva dall’inglese “to blast”. Esplodere, far esplodere, distruggere. O anche “asfaltare”, che ultimamente si usa spesso nella nostra lingua.

Una cosa come “Marco ASFALTA Giorgio” cela non una visione oggettiva, quanto una visione da “tifoseria”. “Asfalta” per dire che Marco risponde o argomenta talmente bene che non lascia a Giorgio la possibilità di ribattere. E fino a qui non avrei niente da dire se questa fosse effettivamente la realtà dei fatti. Solo che oramai, di questi tempi, è utilizzato anche quando Marco dice delle castronerie e Giorgio rimane senza parole perché davanti a cotanta scemenza non riesce nemmeno a ribattere. Davanti a questo silenzio, gli amici di Marco penseranno che Giorgio è stato “asfaltato”.

Quando in Parlamento si vede un esponente che parla e i suoi compagni di partito che si sperticano in lodi e applausi, subito dopo apparirà il video su internet con didascalia, scritta dai soliti sostenitori, “Politico X blasta tutti” quando in realtà, per usare un modo di dire che invece mi sta molto più simpatico, il politico X se l’è suonata e se l’è cantata. Non ha blastato né asfaltato nessuno, ha letto un discorso e i suoi sostenitori l’hanno applaudito. Solo i suoi sostenitori.

È purtroppo diventata una moda per colpa nostra, che ci siamo messi a ridere quando lo sfigato di turno veniva deriso in ogni modo, magari da qualcuno di cui abbiamo molta stima (il termine “blastare” ormai è principalmente associato a Enrico Mentana e Roberto Burioni, indubbiamente dei professionisti stimati da tantissime persone, me compresa). Però non ci poniamo il quesito più importante. Ci farebbe davvero piacere se fossimo noi a essere derisi, blastati, asfaltati, umiliati da quella stessa persona o da qualsiasi altra con molto seguito? Sarebbe ugualmente divertente se un giorno capitasse a noi di essere quello sfigato, deriso e offeso dalle centinaia di seguaci che può avere un personaggio più celebre e potente di noi? Io credo di no. A me non piacerebbe, a nessuno piacerebbe. Perché dato che anche il personaggio celebre è solo un uomo e magari si è svegliato male, può decidere di “sguinzagliare i suoi cani” anche contro una persona che non è stata né offensiva né maleducata.

È una parola sintomo di una società incapace di guardare oggettivamente ma che si mette a tifare per partito preso. Speriamo cada al più presto nel dimenticatoio e di ritrovarla nei dizionari solo per ricordarci di quanto siamo stati imbecilli a osannarla.

Buona Giornata ProGrammatica a tutti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: