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Capaci.

23 maggio 2013

Di solito, almeno per il triste anniversario della strage di Capaci e per quello di Via d’Amelio, cerco di tirare fuori un minimo di speranza in nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Stavolta invece, sarà solo la giornata, sono troppo amareggiata anche per questo. Sembra che a piangere per davvero questi due grandi uomini siamo rimasti noi, quel che rimane di un popolo che ancora vuole avere un barlume di speranza per un presente fatto di onestà. E giorno dopo giorno mi sembra che lo Stato in cui tanto mi sforzo di credere, sia sempre più lontano da noi. Specie quando ti promettono di tutto e poi propongono le leggi per dimezzare la pena a chi è condannato “solo” per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli uomini dello Stato di oggi non sono degni nemmeno di nominarli, i NOSTRI Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I NOSTRI, non i loro.

Quando rivedo le immagini della strage di Capaci provo una sensazione assurda. Non dico che mi sento come allora, perché avevo 9 anni e non potevo capire. Ho addosso una rabbia tale da recuperare anche la non curanza data a quella notizia. Avevo capito che era una cosa grave e brutta e che i mafiosi erano cattivi. Avrei capito anni dopo che i mafiosi cattivi erano gli stessi che anno dopo anno si preparavano in tv il discorsetto di commemorazione a quella strage.

“Non dimentichiamo un grande uomo” dicono loro. E infatti noi non lo dimentichiamo. Noi che non abbiamo le telecamere a disposizione ce lo ricordiamo ogni santo giorno.

Che rabbia e che amarezza. Non mi dilungo neanche.

La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.

Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.

 

A parte questa canzone, oggi non penso ad altro.

Grazie Signor Giovanni Falcone.

Ogni giorno di più sentiamo la sua mancanza.

 

 

Non siete Stato voi che parlate di libertà
come si parla di una notte brava dentro
i lupanari.
Non siete Stato voi che
trascinate la nazione dentro il buio
ma vi divertite a fare i luminari.
Non siete Stato voi che siete uomini di
polso forse perché circondati da una
manica di idioti.
Non siete Stato voi
che sventolate il tricolore come in
curva e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non siete Stato voi né il vostro parlamento
di idolatri pronti a tutto per ricevere
un’udienza.
Non siete Stato voi che
comprate voti con la propaganda ma
non ne pagate mai la conseguenza.
Non siete Stato voi che stringete tra le
dita il rosario dei sondaggi sperando
che vi rinfranchi.
Non siete Stato
voi che risolvete il dramma dei disoccupati
andando nei salotti a fare i saltimbanchi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi, uomini boia con la
divisa che ammazzate di percosse i
detenuti.
Non siete Stato voi con gli
anfibi sulle facce disarmate prese
a calci come sacchi di rifiuti.
Non siete Stato voi che mandate i vostri
figli al fronte come una carogna da
una iena che la spolpa.
Non siete Stato voi che rimboccate le bandiere sulle 
bare per addormentare ogni senso di 
colpa. 
Non siete Stato voi maledetti
forcaioli impreparati, sempre in cerca
di un nemico per la lotta.
Non siete Stato voi che brucereste come streghe
gli immigrati salvo venerare quello
nella grotta.
Non siete Stato voi col
busto del duce sugli scrittoi e la
costituzione sotto i piedi.

Non siete Stato voi che meritereste d’essere
estirpati come la malerba dalle vostre
sedi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.
Non siete Stato voi che 
brindate con il sangue di chi tenta 
di far luce sulle vostre vite oscure. 
Non siete Stato voi che vorreste dare voce
a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non siete Stato voi che fate leggi su misura
come un paio di mutande a seconda dei
genitali.
Non siete Stato voi che trattate
chi vi critica come un randagio a cui
tagliare le corde vocali.

Non siete Stato voi, servi, che avete noleggiato
costumi da sovrani con soldi immeritati,
siete
voi confratelli di una loggia che poggia
sul valore dei privilegiati
come voi
che i mafiosi li chiamate eroi e che 
il corrotto lo chiamate pio 
e ciascuno 
di voi, implicato in ogni sorta di 
reato fissa il magistrato e poi giura 
su Dio: 
“Non sono stato io”.

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