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Il giorno della memoria – Dacci oggi il nostro like quotidiano

27 gennaio 2016

 

Questo giorno della memoria comincia a starmi stretto.

Cioè, non è che mi stia stretto il giorno. Mi sta stretto che ce ne sia solo uno.

Il 27 gennaio ci serve per ricordare la pagina più triste e drammatica della nostra storia, in cui siamo parte coinvolta, vittime e artefici di uno scempio, di una politica sbagliata da cui da sempre si basa la classe dirigente e spesso (sì, colpevoli tanto quanto loro) ci basiamo anche noi: il leccaculismo e sempre rivolto verso le natiche sbagliate.

Poi ci sono un sacco di conseguenze da valutare, a cui bisogna sempre fare riferimento.

Troppo poco un solo giorno.

E  inizia a starmi stretto per un altro motivo: la sensazione che a ricordarsene per davvero siano sempre i soliti.

Grazie ai social network abbiamo una vita più pubblica di quanto si possa immaginare. E passiamo 365 (poi quest’anno è bisestile) a imbatterci in riflessioni come “Ah, se ci fosse zio Benito staremmo tutti meglio!”

Zio? Ma è tuo parente? Ma poi “staremmo tutti meglio” chi, e per che cosa, ma parla per te!!

“Eh quando c’era lui aveva imposto le biciclette per tutti e le casse dello Stato erano risanate, altro che auto blu!”

Ma dove le leggete ‘ste stronzate? E come fate a crederci?

“Eh certo la tv non te le dice queste cose, io infatti non la guardo, mi informo solo su internet!!”

E ci sono delle precisazioni da fare.

Non su Internet. Su Facebook.

Non su Wikipedia, che già sarebbe una manna dal cielo, ma sui link di Catena Umana e di tutti questi siti di BUFALE che esistono solo per seminare odio e puntare sugli allocchi.

Te la raccomando l’informazione su internet, infatti ricordo perfettamente l’indignazione quando si sparse la notizia del pagamento del bollo sulle carrozzine per i disabili. Lo ricordo perfettamente, è proprio così che ho conosciuto LERCIO!!!!

E altra precisazione: “La tv non dice queste cose”.

Ma avete mai letto uno straccio di libro? La tv è un mezzo e tu puoi scegliere cosa guardare e cosa no! Le cose interessanti non mancano di certo, ma se tu non distingui il bello dal brutto, allora c’è poco da fare.

Quando ero in terza elementare, la maestra di italiano, maestra Marcella, decise di farci scegliere un libro da leggere.

Terza elementare. Scelgo “Il diario di Anna Frank”. GLI INCUBI. Per due anni non ho più voluto leggere alcun libro! Mi ero lasciata incantare dal fatto che fosse scritto da una bambina come potevo essere io e se sei un bambino, a meno che qualcuno non te lo dica, non hai bene chiaro in mente che non tutti i bambini hanno la tua stessa fortuna di non dover pensare a niente.

Anche mia mamma aveva appoggiato la mia scelta, mi aveva comprato il libro e caldamente invitato a leggere.

E’ stato devastante. Anche perché più vai avanti col libro e meno capisci il perché. Ti fai domande su domande!

“Ma perché li hanno portati via dalla loro casa per rinchiuderli?”

“Perché sono ebrei.”

“E allora?? Ma chi l’ha deciso?”

“Hitler e tutti quelli che erano dietro a lui!”

“Ma perché?”

Silenzio.

Allora, in cerca di minima consolazione, riprovi. “Ma qui in Italia è successo?”

Quando sei bambino cerchi di sfuggire alla realtà contando i chilometri.

“Sì, perché Mussolini, che era a capo del governo, accettò le leggi razziali di Hitler. E anche i bambini italiani, proprio come Anna Frank, sono stati portati via dalle loro case assieme alle loro famiglie e messi in un campo di concentramento.”

“Ma perché?”

Silenzio. Di nuovo.

Perché davanti a una violenza inaudita di questo genere non c’è nessuna ragione comprensibile alla mente umana. Purché sia una mente sana.

E se non c’era allora, non c’è neanche adesso.

Non c’è un motivo logico per cui un bambino di tre anni debba morire affogato mentre scappa da un posto dilaniato dalla guerra solo perché qualcuno, che per puro caso è finito a capo di un paese, ha deciso così.

E se anche davanti a un’immagine del genere, continui a sentire persone che con leggerezza dicono “Se rimanevano a casa loro erano ancora vivi!”* c’è davvero qualcosa che non ha funzionato.

Come non funziona qualcosa dietro a quelle frasacce “io non sono razzista ma se ci fossero Adolf e Benito…”

Continuo io? Se ci fossero Adolf e Benito tu saresti morto.

Fine. Non c’è altro da aggiungere.

Era una società classista e tu, finto nostalgico, saresti tra i più deboli, l’ultimo degli ultimi, non dimenticarlo.

Se fingete (perché poi lo so bene, non fareste mai del male nemmeno a una mosca) di rimpiangere dei dittatori che hanno fatto della violenza la loro ragione politica, allora avete un problema. Anche molto serio.

Non è irrisolvibile, basta sfogliare i libri di storia che magari avete ancora intatti e con il cellophane intorno perché quell’anno la vostra insegnante di italiano non è stata bene, non è venuta a lezione e voi l’avete vissuta come una liberazione, senza immaginare che avreste pagato a vita le conseguenze di quella mancanza culturale.

E le paghiamo anche noi a causa vostra. Ogni volta che entrate in una cabina elettorale e vi fate abbindolare da chi, come unica proposta politica, vi parli di un’Italia fatta solo di bianchi che parlano solo italiano.

Ah, sulla lingua italiana fate qualcosa perché molti di voi sarebbero fuori all’istante.

Rimediate. Se davvero credete che “quando c’era lui si stava meglio” prendete senza timore i libri di storia e non abbiate paura. Immaginate di stringere alleanze con Hitler, immaginate di fare un viaggio verso la morte a bordo di un treno merci. Immaginate di farlo assieme ai vostri figli. **

Leggete i racconti di quelle persone, italiane, che per tutta la vita hanno avuto un numero tatuato nella loro pelle, chiedetevi se stavano davvero bene quando c’era il vostro amato duce.

E ascoltate anche i racconti degli ex soldati, italiani, cattolici, non ebrei, che sono stati deportati nei campi di concentramento perché si rifiutarono di allearsi con l’esercito tedesco dopo che i vertici dell’Italia (il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio) incapaci e assenti, li abbandonarono a sé stessi.

Io li ho già letti e ascoltati. E non solo sono contenta che quel periodo sia finito, ma sono contenta di non averlo vissuto neanche lontanamente.

E sono felicissima che nemmeno voi l’abbiate vissuto, che nessuno di voi l’abbia mai vissuto.

Io non dimentico e non solo il 27 gennaio.

Non dimentico neanche quando un barcone si rovescia. Sono persone che muoiono perché qualche vergognoso gioco di guerra ha stabilito che loro fossero in pericolo e noi in salvo.

Esattamente come allora.

Se oggi mettete il link preconfezionato sul giorno della memoria e se da domani ricominciate a condividere le notizie di siti come “tutti i reati degli immigrati” con la convinzione che siano notizie vere, non siete molto credibili.

A meno che non sia solo una questione di consensi perché, come dicevo prima, attraverso i social, abbiamo una vita più pubblica di quanto immaginiate. E ci piace questa cosa, come quando ci atteggiamo a grandi divi scrivendo: “Ma perché la gente non si fa gli affari suoi!” quando in realtà siamo proprio noi a servirglieli in un piatto d’argento.

Se è solo per i like sappiate che il post sul giorno della memoria ve ne porterà parecchi.

Ma dato che il mondo è quello che è, se domani affonda un barcone ed esultate, ne otterrete ancora di più.

Sta solo a voi scegliere da che parte stare.

P.S. Un altro bel lunghissimo e interminabile post servirebbe per riprendere le varie autorità quando parlano di antisemitismo a cavolo, per lo stesso motivo dei consensi non ragionati a cui mi riferivo prima. La prova schiacciante che di giornate delle memoria ne servirebbero tante altre è quello che succede ogni santo giorno in Palestina, dove quelle che un tempo erano le vittime, oggi si prendono il ruolo di carnefici. Mi avvalgo delle parole di Claudia Aru che condivido pienamente.

 

Claudia Aru

 

 

*l’utilizzo inappropriato dell’imperfetto è voluto

** Se davvero volete un manuale di storia ve ne suggerisco due bellissimi:

  • L’età contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2009.
  • L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all’imperialismo, Roma-Bari, Laterza, 2009.
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