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Il mio nome significa principessa

30 maggio 2016

Le notizie di questi giorni non sono belle. Non sono per niente belle.

Una ragazza che si  chiama Sara, come me, è un’altra vittima di femminicidio.

Ho trovato diversi numeri sul femminicidio. Non so esattamente quante siano le donne vittime di femminicidio dall’inizio dell’anno, dico solo che ho trovato un quantità di cifre che va dal numero 17 al numero 55.

Diciassette. Vi immaginate? Se le cose vanno bene, dall’inizio dell’anno, diciassette donne sono morte per mano di compagni, fidanzati, mariti. O EX compagni, EX fidanzati, EX mariti.

EX. Qualcosa che è stato e che non è più.

Il referendum sul divorzio del 1974 è stata una vittoria per questo paese. La libertà di ognuno di noi di poter rompere un legame che prima era definito indissolubile. Puoi sapere in anticipo se quella persona che hai davanti sia quella giusta per te? Puoi intuirlo, ma se piano piano scopri di esserti sbagliata, allora puoi tornare indietro e ricominciare a vivere.

Siamo nel 2016 e dobbiamo parlare di donne che vengono massacrate dagli ex fidanzati.

Oggi è stato il turno di Sara.

Sara ieri era viva, serena, usciva con le sue amiche, andava a cena fuori, poi nei pub, poi accompagnava a casa il suo ragazzo, poi mandava a sua madre un sms con scritto “Sto rientrando a casa”.

Il suo ex fidanzato però la insegue, riesce a raggiungerla, la immobilizza con la violenza, poi le da fuoco. Sara chiede aiuto a dei passanti che non si fermano e viene ritrovata carbonizzata.

Dopo alcune ore, il suo ex fidanzato confessa. Usando quella frase che io odio e che mi pesa terribilmente anche scrivere qui, perché viene utilizzata come una giustificazione per qualcosa di ingiustificabile.

Lui ha detto che non si rassegnava alla fine della relazione.

Non si rassegnava alla fine della relazione.

E la uccide.

O con lui o con nessuno.

La uccide. Sara, che si chiama come me, che ha solo 22 anni, che ha il nome che significa principessa, è morta perché il suo ex fidanzato la considerava una proprietà.

SARA DI PIETRANTONIO

 

Anche oggi ho dovuto sentire ragionamenti che continuo a non capire. Da chi mi viene a dire che la violenza di genere non esiste, che l’8 marzo non serve e il 25 novembre men che meno.

“Non si uccide nessuno in quanto donna, ma dove le leggi queste cose?”

Non è una notizia come le altre, che basta leggerla ed è successa. Sara è una ragazza che ieri era viva e oggi non lo è più. Il suo ex fidanzato l’ha uccisa. E come lei tante altre donne sono uccise da ex fidanzati perché O CON ME O CON NESSUNO.

Ecco qual è la differenza con l’omicidio.

Il femminicidio esiste e fino a quando tutti non se ne renderanno conto, il problema persisterà.

Eppure non è sufficiente. Non bastano 452 vittime di femminicidio in tre anni. No, figuriamoci. Ci manca la beffa. Ci mancano i commenti di quei maschi, che chiamo maschi per differenziarli dagli uomini (quelli degni di questo nome), che ancora non hanno accettato l’esistenza dell’8 marzo.

Men che meno quella del 25 novembre.

Anche loro vogliono la festa dell’uomo (che vai a spiegarglielo che non è una festa ma è la Giornata Internazionale della Donna, non lo capiscono). E anche loro vogliono il 25 novembre, perché “se una donna uccide l’uomo perché non vuole stare più con lei perché non si chiama maschicidio?”.

Questa domanda è così tanto cretina che se non l’avessi vista con i miei occhi (su twitter) non avrei mai immaginato che potesse venire alla mente di qualcuno. E invece.

Siamo la società di “escile” e “tieni i croccantini” rivolti alle ragazze, però non è importante, non sono mica pregiudizi di genere questi, non sono mica offese gratuite.

Non fanno mica parte di una società malata e di una mentalità maschilista di fondo, ancora troppo radicata. Ma no, figuriamoci, sono io fissata.

Chi mette in discussione persino l’esistenza stessa del femminicidio non merita nemmeno una risposta. Perché la conosceranno una donna? Riescono a immaginare la loro madre schiavizzata da un uomo violento? Se non riescono nemmeno a immaginare, io quasi quasi li invidio. Significa che tutto quello che hanno vissuto e visto fino a oggi è stata la perfezione.

E dire che la differenza non è che sia così difficile.

Se uccidi una donna perché ti deve dei soldi, perché ci litighi, perché ti ruba il parcheggio non è un femminicidio.

Se uccidi una donna perché è stata tua moglie, perché ti lascia, perché si fa un’altra vita e tu non lo accetti, allora è FEMMINICIDIO.

La prova schiacciante è quella che esce comunque dalla bocca dell’assassino. “Non accettavo la fine della relazione e che lei vivesse la sua vita”. Quello è il femminicidio.

Sì, esiste.

E se ancora non lo capite, ecco l’ultima spiegazione, proprio terra terra, quella che chiamerei proprio FEMMINICIDIO FOR DUMMIES e che vi viene spiegato da un utente di twitter.

 

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Se dobbiamo parlare con i tonti (dummies) usiamo il linguaggio dei dummies. Non ci accoppano. Ok?

Anche le donne possono essere cattive e trattare male gli uomini? Sì certo. Non vi ammazziamo però. Mi sembra una bella differenza.

Questo post è dettato dalla mia rabbia, è il mio minuto di rabbia silenziosa proposta da Gabriella Carnieri Moscatelli, Presidente del telefono Rosa Nazionale.

Il numero antiviolenza è 1522.

Aggiornamento al 10 giugno 2016: stamattina si è svolto il funerale di Sara. Le vittime di femminicidio a partire dall’inizio dell’anno sono 59. Sara era la cinquantacinquesima.

Per chiudere, pubblico una canzone di Carmen Consoli.

Si intitola La signora del quinto piano e spiega benissimo che cosa sia il femminicidio.

 

 

 

La signora del quinto piano
ha un pitone in salotto
un guardiano fidato.
Il suo ex è ogni sera davanti al portone
con un martello in mano.
Non v’è ragione alcuna
di aver paura
di aver paura
questa è una conclusione
dei funzionari della questura.

La signora del quinto piano
approfitta del caos metropolitano
esce sempre al mattino
e con passo spedito si reca a lavoro.
Signorina ha per caso visto mio marito?
Di che che colore era il suo vestito?
Quante lettere aveva in tasca?
Uno due tre, bum!

La signora del quinto piano aveva un pitone antistupro ammaestrato,
un bel giorno il bestione fuggì dal suo covo blindato e arrivò al pian terreno;
non ebbe neanche il tempo di battere i denti per la paura
Pepito il chihuahua iperteso poco amichevole della portiera.
Dopo tre settimane
dall’avvenuta cattura del rettile in fuga,
si evidenziò la scomparsa
misteriosa della padrona.

Signorina mica ha visto un uomo col martello?
di che colore era il suo vestito?
Quante lettere aveva in tasca?
uno, due, tre, bum!
Signorina mica ha visto un uomo col martello?
Di che colore era il suo vestito?
Quanto tempo restava in zona?
Le ha rivolto mai la parola?

La signora del quinto piano
fu ritrovata murata nel bagno.
Quella lettera di un anno prima
la prova schiacciante lasciata in questura;
descriveva con precisione
il rituale di sepoltura
ma non vi era alcuna ragione di avere paura, di aver paura.

Signorina mica ha visto un uomo col martello?
Di che colore era il suo vestito?
Quante lettere aveva in tasca?
Uno, due, tre, bum.
Signorina mica ha visto un uomo col martello?
Di che colore era il suo vestito?
Quante lettere aveva in tasca?

L’uomo col martello è stato avvistato in un bar del centro di Buenos Aires.
Il pitone pochi mesi dopo la sua cattura è tornato a vivere nel suo habitat naturale, in Thailandia.
La portinaia ha deciso di adottare Tino, il mastino, un cane affettuoso e amorevole.
Al quinto piano vive Matilde, una donna scorbutica, allergica ai gatti e ai parenti.
Ah, dimenticavo! I funzionari della questura continuano a dire che non c’è alcuna ragione di avere paura!

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