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L’esame di drammaturgia

13 ottobre 2016

Quando ero studentessa universitaria, uno degli esami più temuti era quello di drammaturgia.

Che fa persino ridere a dirlo. Vai a raccontarlo a uno studente di giurisprudenza alle prese con diritto costituzionale.

Il materiale da studiare non era poi così impegnativo, era fortemente suggerito guardare gli spettacoli a cui si riferivano i testi, studiare da un manuale le date più importanti poi presentarsi all’esame. Prima lo scritto e poi l’orale.

La prima volta che sono andata a questo benedetto scritto, non ho fatto altro che imbattermi in persone che mi chiedevano: “Ma è la prima volta che vieni?”.

E io, incredula: “Beh… sì! Perché?”

E questi altri: “Io la settima!!!”

“Ma come la settima?”. E pensavo tra me e me che sì, io non sarò certamente un genio, ma che diamine, un esame così dato sette volte non si può sentire!

E vedo lo scritto. Un quiz. E che sarà mai.

Sarà che quel quiz era un mix di date modificate di un solo anno e se tale autore ancora oggi sconosciuto, nominato in un libro con centinaia di autori molto più noti, è nato nel 1838 e nel quiz c’è scritto 1839 e tu segni quella come data giusta, il quiz va a farsi benedire in men che non si dica.

Idem per gli anni delle opere, idem per una frase citata con una sola virgola cambiata di posto (e non scherzo, a volte cambiava veramente solo una virgola) ed ecco spiegato come, di 40 persone che andavano a fare questo quiz stramaledetto, 7 passavano all’orale e a volte venivano cacciate malamente anche da lì da una docente appassionata di teatro, bravissima insegnante, bellissima donna e con un viso angelico ma solo in apparenza, capace di svilirti in un nanosecondo e convincerti a lasciar perdere l’università per sempre.

Una strage. Una materia così bella portata all’esasperazione tra l’incredulità e lo sconforto generale.

Per rendere la cosa più angosciante, venne aggiunta l’opzione del limite di tempo. Il quiz ha la durata di un anno. Se entro quell’anno non superi anche l’orale, rifai tutto da capo.

Io, che un pochino la stoffa della fuggitiva l’ho sempre avuta, ho superato il quiz a settembre e, dopo fughe e rinunce, sono andata all’orale a luglio. Praticamente alla penultima occasione buona.

Quel giorno ha fatto la storia. E’ stata l’unica volta in cui ho visto l’insegnante sorridere agli studenti e essere gentile con loro. All’orale eravamo pochissimi. Sette, per la precisione. Io, altri cinque residuati dai quiz precedenti e l’unica superstite dell’ultimo quiz. Io stavo seduta in terra di fronte a un ragazzo, entrambi con una tachicardia incredibile. Entrano i primi, promossi. Entra lui, promosso. Entro io, promossa. Entra la superstite del quiz, promossa pure lei. Tutti promossi, una cosa mai successa prima.

Sarà stata l’aria di luglio, le vacanze imminenti, il fatto che eravamo in pochi, un miracolo di Dio, sta di fatto che quella docente odiosissima e temutissima, quel giorno, e solo quel giorno, si è rivelata la persona più amabile della terra.

L’esame era una chiacchierata. Su Dario Fo e Franca Rame. Le loro opere costituivano il materiale d’esame. “Cosa ti è piaciuto di questi spettacoli, cosa hai preferito?” E io, in parte tranquillizzata dall’ambiente, inizio a parlare a ruota libera, a dire quanto di Dario Fo mi piacesse questa vita trasformata in uno spettacolo intero, quanto una partner di vita potesse essere la perfetta partner di palcoscenico e viceversa.

Quanto Lo Stupro di Franca Rame mi avesse sconvolta e quanto invece il Mistero Buffo mi avesse divertito tanto e fatto riflettere.

Non vado nel dettaglio di tutto l’esame, ma ad avermi colpito particolarmente fu il racconto di Rosa fresca aulentissima di Cielo/Ciullo d’Alcamo, in cui si raccontava di una ragazza vittima di violenza e dello stupratore, che grazie a una tassa, la defensa, evitava di essere accusato purché, a stupro terminato, lasciasse sul corpo della ragazza una ingente somma di denaro e gridasse “Viva l’imperatore!”. Questo era abbastanza: non poteva essere accusato di stupro, non poteva essere aggredito dai familiari della vittima, pena l’impiccagione immediata per i familiari stessi.

Questo testo, datato tra il 1231 e il 1250, quando veniva spiegato nelle scuole veniva addolcito e praticamente raccontato come una favoletta d’amore. Nessun accenno alla defensa che era realmente esistita nelle Costituzioni di Melfi, il codice legislativo del Regno di Sicilia emanato da Federico II.

Dario Fo si prese la briga di spiegare davvero che cosa significasse quel poema. Vi linko proprio la spiegazione di Dario Fo: testo e video.

Scelgo di mettere tutto il Mistero Buffo, magari vi viene la voglia di vederlo. La spiegazione di Rosa fresca aulentissima è immediatamente dopo la sigla, al minuto 2.45

Ho trovato anche un blog molto interessante che ne parla, guardate qui.

Questa mattina ho acceso la Tv e nel sottopancia della trasmissione Agorà campeggiava la scritta “E’ morto Dario Fo”.

E mi è dispiaciuto tanto.

Così ho ripensato a quello che sapevo di Dario Fo, a come mi sono avvicinata alle sue opere e a quante belle sensazioni mi sono rimaste addosso.

Grazie di tutto Dario Fo.

E grazie anche lei, prof di drammaturgia. Quel terrore che mi aveva messo in corpo mi ha portato comunque qualcosa di buono.

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