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La sindaca

17 ottobre 2016

virginia-raggi

Se mi conoscete un minimo sapete bene quanto io tenga alla lotta contro i pregiudizi di genere.

Eppure, se c’è una cosa che faccio fatica a sopportare, è l’adeguamento quasi forzato della lingua ai ruoli amministrativi.

Scusate la presunzione e se mi spingo a un’autocitazione:

 

post

Se è vero che fino a qualche decennio fa sindaco, ministro, assessore erano termini volti al maschile perché solo gli uomini avevano accesso a queste cariche, abbiamo visto che col tempo, man mano che l’emancipazione femminile si è fatta strada, le donne hanno avuto modo di ricoprire gli stessi ruoli dei colleghi uomini e i nomi di quei ruoli sono diventati nome solo dell’attività. Il mestiere di sindaco, il mestiere di assessore, il mestiere di ministro.

Non è una vicenda nuova perché le donne sindaco ci sono da anni, da molti anni. E dal ’79 al ’92 abbiamo avuto una donna come Nilde Iotti presidente della Camera.

E’ vero che ad aver risollevato la questione ci sono state le elezioni di giugno, con Chiara Appendino e Virginia Raggi elette rispettivamente sindaco di Torino e Roma.

Da lì è stato un susseguirsi di vocali costrette a sessualizzarsi.

Vocali che, tra l’altro, sono tutte al femminile. La A, la E, la I, la O, la U.

Sindaca. Ministra. Assessora. Qualche giorno fa, in un articolo che parlava di Bianca Berlinguer, ho letto addirittura “la ex direttora del tg3” e praticamente ho iniziato a urlare davanti allo schermo del PC. Anche perché mi risulta che da tempo immemore esista direttrice!

Unione Sarda di oggi.

prefetta

Sentite. Stiamo degenerando. Dicono che ci suonano strane perché non siamo abituati e che col tempo ci sembreranno parole più familiari. Ok.

Dicono che è giusto così, perché un qualcosa non riconosciuto dalla lingua è come se non esistesse. Ok.

Sarà così e io ancora troppo indietro per accertarlo. È anche vero che direttora, prefetta, architetta non si possono sentire. Devo aspettarmi anche “la cantanta” da un momento all’altro? Perché abbiamo deciso che l’unica vocale valida per le donne sia la A? Lungimirante fu allora la straordinaria Carmen Consoli, che da tempi non sospetti si fa chiamare la cantantessa.

Non possiamo fare leva sugli articoli? Sono importanti, gli articoli. Sono in grado di farci capire se parliamo di un cantante o di una cantante. Ci fanno capire se nostro cuginetto è stato visitato dal pediatra o dalla pediatra.

Se dico la ministro Maria Elena Boschi non vorrete mica farmi credere che le sto togliendo femminilità, vero? Mi viene in mente la riflessione sulla rosa in Romeo e Giulietta di Shakespeare:

“Quello che noi chiamiamo col nome di rosa, anche chiamato con un nome diverso , conserverebbe ugualmente il suo dolce profumo. Allo stesso modo Romeo, se portasse un altro nome, avrebbe sempre quella rara perfezione che possiede anche senza quel nome”

Tutta questa attenzione la preferirei quando gli insulti sessisti vengono palesemente accettati, a suon di risatine e di “ma dai, esagerata, è meglio lasciar perdere!”

Le battute su Samantha Cristoforetti che va nello spazio perché nella navicella serve qualcuno che pulisca? No, quando mai, quelle vanno bene. “E poi astronauta finisce con la A, cosa vuoi di più?”

Oppure le battute sul viaggio della Cristoforetti durato mesi perché non sapeva parcheggiare la navicella? “Ahahah divertentissima anche quella, ma dai, la solita esagerata, e fatti una risata no??”

NO! Non fa ridere, non è divertente, specie detto da uno che magari si è preso la licenza media a calci nel culo e si permette di fare battute di questo tipo su una persona di questo livello.

Vi ricordate le “troie in parlamento” di Franco Battiato? L’unica volta che quell’insulto è stato usato PALESEMENTE rivolto agli uomini, è stato caricato di tutte le altre volte che è stato utilizzato gratuitamente contro le donne e il tutto liquidato come “Franco Battiato ha offeso le donne”.

Quanto siamo imbecilli alle volte, mamma mia, non ci posso pensare.

So già che se qualcuno dovesse scrivere “ministro Boschi tr***” l’attenzione cadrebbe unicamente sulla O di ministro (“eh no, si dice ministra!”) mentre l’insulto, tra risatine a taciti consensi, rimarrebbe lì, spacciato per una più che lecita opinione personale.

Nomino sempre la Boschi perché da questo punto di vista è la più bersagliata.

Se alla sessualizzazione delle vocali corrispondesse una seria politica di contrasto ai pregiudizi di genere e un piano serio per educare davvero al rispetto della donna forse non sarei così prevenuta. Invece mi aspetto la prossima notizia di uno stupro con “sì ma cosa ci fa una ragazza in giro alle due del mattino?” o “sì ma anche lei, se va in giro vestita così, cosa pretende?”.

Il prossimo 25 novembre ci sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

In troppi non riconoscono la parola femminicidio, scelta non per differenziare o contrastare un omicidio, ma per racchiudere in una sola parola la motivazione di quell’omicidio, la latente convinzione che vede una donna come oggetto di appartenenza di un uomo.

Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio, è omicidio.

Una donna uccisa dal marito o ex marito perché lui non accetta la separazione è femminicidio. Mi sembra ci sia una bella differenza.

Ecco, diciamo che investirei più tempo e energie in questo aspetto.

Certamente non mi metterò contro sindaca, assessora e tutto il resto, però credo che la strada giusta per la parità di genere sia un’altra.

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