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Due pesi e due misure

24 luglio 2017

Due notizie mi hanno colpito in questi giorni.

Notizie che apparentemente non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra.

Una è il suicidio di Chester Bennigton dei Linkin Park di cui ho già parlato.

L’altra è la vicenda di un ventunenne che si chiama Ernesto.

La Stampa ha pubblicato un’intervista a uno di quei ragazzi, sempre più numerosi, che non studiano e hanno rinunciato a cercare un lavoro.

Dice che è scoraggiato, che ha inviato curriculum da appena diplomato e non l’hanno mai richiamato, che fino a poco tempo fa andava di continuo nei centri commerciali a cercare annunci di lavoro. Adesso è fermo. Sta in casa, suo padre ha uno stipendio fisso, sua madre lavora a ore. Va a fare la spesa, cucina, aiuta come può. Esce poco per non spendere e quando è a casa gioca alla playstation.

Questa notizia l’ho vista dai social. Con annessi i commenti e i consigli indirizzati al povero Ernesto quasi subito additato come cazzone scansafatiche, come ameba (colpevole anche il giornalista de La Stampa di aver dato spazio a uno che non fa niente) e come stronzo che se la ride perché nella fotografia è sorridente.

“Hai 21 anni, non esiste ragionare così, se vuoi puoi, svegliati e muovi il culo”.

Leggendo la notizia in realtà non mi è sembrato di leggere uno scansafatiche, ma di leggere un ragazzo che non sa da che parte girarsi, come muoversi, come entrare nel mondo del lavoro. Viviamo una realtà in cui anche il ministro del lavoro ti dice che più importante di inviare curriculum, c’è il trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Insomma, che un ventunenne sia confuso non mi sembra questa grande novità. Adesso più che mai.

Quello che mi ha colpito è l’invito a “svegliarsi” e a “muovere il culo” detto con semplicità estrema, come se davanti avessimo un deficiente fatto e finito e invece è un ragazzo di cui sappiamo nome, cognome, età e qualche riga perché ci è stata raccontata. Eh no, mi sembra troppo semplice.

E via di lezioni di vita allora: io faccio così, io faccio questo e quest’altro, basta fare questo e diventi quello che vuoi, non sai cosa è capitato a me, no ma perché invece a me, e poi io, e poi io ho fatto anche questo.

Io, io, io, io, io, io.

Oppure il mio fidanzato ha fatto questo, la mia migliore amica quest’altro, mi ha detto mio cugino che una volta è morto.

Ma beate quelle persone che non hanno mai avuto un dubbio, mai avuto un periodo di insicurezza, che sanno sempre cosa fare, quando farlo e come farlo.

Speriamo che non abbiano mai un’incertezza: non riuscirebbero a sopravvivere.

Il dubbio che ci troviamo davanti a un ragazzo che sta vivendo un periodo di maggiore fragilità? Vicino alla depressione? No, ma figurati.

Leggendo le parole di questo ragazzo mi è venuta in mente la vicenda drammatica di un ragazzo sardo, ingegnere, che dopo aver passato anni di precariato e aver trovato un lavoro come operaio dopo aver eliminato la laurea dal suo curriculum, si è suicidato dopo che l’azienda non gli ha rinnovato il contratto. Non perché non lo meritasse ma perché non avevano più soldi.

Se non fosse arrivato al gesto estremo, forse sarebbe lui nella situazione di Ernesto.

Avremmo potuto incoraggiarlo a suon di inviti a muovere il culo e se vuoi puoi? Ne dubito fortemente, avrebbe al massimo risposto, ragionevolmente, di tacere, di non impicciarsi di vite altrui di cui non sappiamo niente.

L’articolo su Ernesto risale a giovedì mattina. Giovedì sera arriva la notizia del suicidio di Chester Bennington.

Gli stessi sostenitori del muovere il culo, del mondo in mano, del non ci sono scuse e del se vuoi puoi improvvisamente diventano difensori a spada tratta della vita altrui di cui non sappiamo niente, della depressione che è un brutto male, del denaro e del successo che non fanno la felicità.

Insomma Ernesto caro, io tifo per te, vedrai che andrà meglio e tornerà un po’ di quella voglia di lottare.

Tieniti stretti gli insulti di questi psicologi presso l’università della vita, la loro comprensione viene fuori solo se decidi di farla finita. E, non vorrei dare giudizi affrettati, forse anche solo se sei ricco e famoso, ma questa forse è solo la mia impressione sbagliata. Lasciali lì a berciare, se loro hanno trovato la ricetta per stare al mondo buon per loro.

Nonostante il post chilometrico ho solo un pensiero a riguardo. Su entrambe le vicende.

E’ impossibile capire cosa passi nella mente delle persone. Siamo sempre meno empatici, in quei momenti in cui ci sentiamo un po’ più forti e con due spiccioli in tasca diamo lezioni di vita che concludono con “Guarda che lo dico per te” (balle) e “Se vuoi puoi fare tutto, devi solo muovere il culo”, così possiamo uscirne splendidi. Solo che non ci soffermiamo mai per davvero sulle persone che abbiamo davanti, su quello che provano e sul fatto che le nostre boiate spacciate per lezioni di vita non solo non siano d’aiuto, ma forse spingano ancora più in basso una persona che è già a terra.

La verità è che il male di vivere non guarda in faccia a nessuno. Né che si tratti di un ventenne rassegnato alla vita, senza soldi e senza studi, né che si tratti di un musicista talentuoso, di fama internazionale e di successo.

E’ solo il momento di dispiacersi.

 

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